[Sinistrainrete] Stefano Lucarelli: «La guerra capitalista»

Rassegna del 4/12/2022

 

 

Stefano Lucarelli: «La guerra capitalista»

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«La guerra capitalista»

Una discussione su centralizzazione dei capitali, nuovi imperialismi e guerra

Francesco Pezzulli intervista Stefano Lucarelli

Pubblichiamo la prima di una serie di interviste che la sezione sudcomune sta portando avanti sul tema del capitalismo digitale. Il curatore della sezione Francesco Pezzulli dialoga qui con Stefano Lucarelli sui temi del libro che ha scritto insieme a Emiliano Brancaccio e Raffaele Giammetti, La guerra capitalista, edito da Mimesis e in uscita oggi, 25 novembre.

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Nel testo appena pubblicato di cui sei autore insieme ad Emiliano Brancaccio e Raffaele Giammetti (La guerra capitalista, Mimesis, 2022 https://www.mimesisedizioni.it/libro/9788857592336), scrivete che «la guerra capitalista è la continuazione delle lotte di classe con mezzi nuovi e più infernali». Puoi illustrarci i termini della questione e come mai giungete a questa conclusione?

Noi siamo partiti da un fatto: la cosiddetta «legge» di centralizzazione dei capitali in sempre meno mani, originariamente teorizzata da Marx, può essere verificata empiricamente. Se ci pensi si tratta di un tema che è stato sempre messo in secondo piano dagli studiosi contemporanei di Marx, ma che in realtà oggi è molto più rilevante rispetto, per esempio, alle riflessioni sulla caduta tendenziale del saggio di profitto. L’analisi della centralizzazione dei capitali tutto sommato era restata sullo sfondo anche nelle analisi critiche del processo di globalizzazione diffusesi soprattutto nella seconda metà degli anni Novanta. E comunque non era mai stata analizzata con gli strumenti adeguati. Oggi in effetti – come mostriamo nel libro – trova una conferma nei dati.

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Tim Sahay: Un nuovo non allineamento

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Un nuovo non allineamento

di Tim Sahay

“Mentre il vecchio movimento non allineato era ancorato a imperativi morali – decolonizzazione, antirazzismo, disarmo nucleare – questa versione nascente manca di un programma sociale ed etico positivo. Nasce invece dalla fredda logica commerciale e di sicurezza dello sviluppo.” Inserito nella crisi permanente – permacrisis — e irreversibile del sistema/economia-mondo globale il “non allineamento” multipolare servirà alle élite emergenti globali postcoloniali di negoziare le condizioni della propria partecipazione al caos climatico, il saccheggio e la devastazione di vite umane già compromesse nei propri paesi come in molti paesi piccoli in Africa, Asia e America. È la voce disperata e forte di questi Paesi che deve venire allo scoperto. Abbiamo sentito la loro voce nell’ultima Assemblea delle Nazioni Unite. Sono loro il nuovo Movimento dei Paesi non Allineati, fondato sulla Libertà, la Pace e la Giustizia sociale e Climatica [AD]

glossa vavel 0 copiaNel marzo di quest’anno, con l’intensificarsi della guerra della Russia in Ucraina, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi si è recato a Nuova Delhi per parlare con il suo omologo indiano S. Jaishankar. “Se la Cina e l’India parlassero con una sola voce, il mondo intero ascolterebbe”, ha affermato Wang. “Se la Cina e l’India si unissero, il mondo intero presterebbe attenzione”. Le scale geopolitiche iniziarono presto a inclinare la strada dell’India.

Ad aprile, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen aveva fatto il suo primo viaggio a Delhi, dove ha gettato le basi per diverse settimane di frenetici accordi UE-India per un vasto programma che va dalla difesa alla produzione verde.

Il mese successivo, in un vorticoso tour di tre giorni in Germania, Danimarca e Francia, il primo ministro Narendra Modi ha vinto le concessioni che i politici indiani bramavano da oltre due decenni, che vanno dagli investimenti di energia verde, ai trasferimenti tecnologici e agli accordi di armi, mettendo carne sulle ossa di un moribondo partenariato strategico UE-India.

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Enzo Traverso: Zeitgeist

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Zeitgeist

di Enzo Traverso

Da Dialettica dell’irrazionalismo. Lukács tra nazismo e stalinismo, Ombre Corte, Verona 2022

birkLa distruzione della ragione non rispecchia soltanto un momento particolare nella traiettoria intellettuale e politica di Lukács. Quest’opera testimonia anche di un momento significativo della cultura del dopoguerra. Al di là delle intenzioni dell’autore, essa fu parte di un ampio dibattito sulle origini del nazionalsocialismo e le cause della catastrofe tedesca che segnò per più di un decennio la cultura dell’Europa centrale e quella degli esuli antifascisti, soprattutto ebrei, negli Stati Uniti. Il libro di Lukács fu l’ultimo intervento in questo dibattito e probabilmente l’unico contributo di grande rilievo proveniente dal lato orientale della cortina di ferro. Ultimo per la data di pubblicazione, benché sia stato scritto per lo più durante la guerra1. Esso concluse un periodo di riflessione filosofica e politica che, iniziato durante la Seconda guerra mondiale, aveva già prodotto un’impressionante costellazione di opere. Molti contributi a questo dibattito mettevano l’accento sul rapporto tra nazismo e irrazionalismo, come si evince facilmente da una breve rassegna.

Nel febbraio 1941 un rappresentante del liberalismo conservatore come Leo Strauss tenne una conferenza alla New School for Social Research di New York, in cui definì il nichilismo tedesco “il rifiuto dei principi della civiltà in quanto tale”, intesa come “cultura consapevole della ragione”2. Nello stesso anno Herbert Marcuse e Karl Löwith pubblicarono rispettivamente Ragione e rivoluzione e Da Hegel a Nietzsche, opere che proponevano letture diverse – per molti aspetti agli antipodi – dell’eredità di Hegel, convergendo tuttavia nel definire il nazionalsocialismo come una nuova forma di irrazionalismo antihegeliano3.

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comidad: Le pavloviane bolle mediatico-giudiziarie

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Le pavloviane bolle mediatico-giudiziarie

di comidad

Il caso dell’anarchico Alfredo Cospito, segregato all’ergastolo ostativo, non è l’unico esempio di forzatura del codice penale pur di irrogare sentenze draconiane. Non mancano gli aspetti sconcertanti anche nella vicenda di Juan Antonio Fernandez Sorroche, un anarchico spagnolo condannato a ventotto anni di carcere per un presunto attentato nel 2018 ad una sede della Lega nel trevigiano. Del cosiddetto attentato infatti non si era accorto nessuno, e la polizia ne sarebbe venuta a conoscenza solo tramite una rivendicazione su internet.

Se non ci fossero di mezzo i ventotto anni di carcere a conferire al tutto un aspetto tragico, il caso si distinguerebbe per i suoi dettagli grotteschi, come una criptica perizia sul DNA dell’imputato. La compatibilità con Sorroche del frammento di DNA reperito dal RIS sul luogo del delitto andrebbe “da limitata a moderatamente forte”; come a dire: fate voi. La vicenda di Sorroche è ancora al primo grado di giudizio, per cui bisognerà vedere cos’altro ci si andrà ad inventare.

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coniarerivolta: Il Fondo Monetario detta la linea, il governo Meloni esegue

coniarerivolta

Il Fondo Monetario detta la linea, il governo Meloni esegue

di coniarerivolta

La lettrice o il lettore in cerca di emozioni forti, che volesse però percorrere sentieri meno battuti rispetto ai classici della letteratura gotica o horror, può finalmente volgere lo sguardo in una nuova direzione.

Il Fondo Monetario Internazionale, già protagonista diverse volte su queste pagine, ha recentemente pubblicato un lavoro indirizzato ai paesi del G-20, dal rassicurante titolo “Rapporto su una crescita forte, sostenibile, bilanciata e inclusiva”. Il rapporto prende il via dalla constatazione che praticamente tutte le economie avanzate si trovano nel mezzo di un periodo particolarmente complicato e turbolento, tra crisi energetica, tensioni internazionali dovute alla guerra, inflazione galoppante e segni sempre più preoccupanti di una recessione che si preannuncia non breve. Il quadro tratteggiato è, naturalmente, molto fosco. L’esplosione dei prezzi dell’energia e, a cascata, degli alimenti (p. 6) è identificata come il motore primo della spirale inflattiva, in un contesto in cui “i salari non hanno tenuto il passo dell’inflazione” (p. 6).

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Claudio Conti – Guido Salerno Aletta: La Bce viola il Trattato di Maastricht

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La Bce viola il Trattato di Maastricht

di Claudio Conti – Guido Salerno Aletta

Il “pilota automatico” si sta rivelando una iattura sia per l’economia europea che per la stabilità finanziaria degli Stati, alle prese con le conseguenze di due anni di pandemia e quasi uno di guerra. In cui sono esplose le richieste di “ristori” per le imprese oltre che di sussidi per varie fasce di popolazione altrimenti alla fame.

La Bce, come tutte le altre istituzioni sovranazionali continentali, continuano a recitare la parte degli “austeri” e minacciano continuamente i singoli Stati “con alto debito pubblico” (l’Italia, in primo luogo) perché riprendano il cammino della riduzione del debito tramite tagli alla spesa sociale.

Ma sotto la retorica dei “falchi” si va facendo strada la dura necessità oggettiva, ovvero le dinamiche della crisi sistemica, che impongono scelte diverse, risposte ad hoc, variazioni di atteggiamento. Insomma che richiedono una politica (variabile, per definizione, e soprattutto risposte concrete a problemi imprevisti e imprevedibili).

Un primo “dirazzamento” venne proprio da uno dei più convinti cantori delle virtù del “pilota automatico”, Mario Draghi.

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Politico: Biden continua ad ignorare l’Europa. È ora che i leader dell’UE capiscano il messaggio

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Biden continua ad ignorare l’Europa. È ora che i leader dell’UE capiscano il messaggio

di Politico

Politico, testata liberal americana tradizionalmente vicina alle amministrazioni democratiche, ammette apertamente che gli USA stanno sfruttando la guerra in Ucraina per allontanare l’Europa dall’energia russa mentre combattono la loro vera guerra a distanza contro la Cina. Biden persegue esattamente gli stessi obiettivi di Trump, ma con molta più astuzia: ti dice ciò che vuoi sentirti dire, poi ti lascia da solo nel momento del bisogno. L’Europa si scopre oggi “contusa e confusa”, tradita e abbandonata da quello che ritenevano un alleato, che approvado l’Inflation Reduction Act infliggerà all’Europa un durissimo colpo. Con nove mesi di ritardo, i mainstream certificano oggi quello che l’uomo della strada ha intuito da almeno nove mesi.

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L’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump è stato un utile spauracchio per l’Europa. Il suo successore, Joe Biden, si sta rivelando molto più complicato: un amico che dice tutte le cose giuste, ma poi ti lascia nei guai quando conta.

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Visconte Grisi: Alcune riflessioni sulle lotte della logistica

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Alcune riflessioni sulle lotte della logistica

di Visconte Grisi

image 1 e1510913536751Alcuni compagni considerano le lotte nella logistica come lotte, se non proprio marginali, quantomeno come lotte settoriali. Personalmente non sono d’accordo con questi compagni. Intanto una lotta settoriale che dura da più di dieci anni, dalla ormai storica vertenza alla Bennet di Origgio del 2008, in forme ora spontanee ora organizzate e che continua ancora ad allargarsi deve contenere per forza di cose elementi più generali.

Certo le lotte nella logistica hanno le loro proprie particolarità, tipiche peraltro del mercato del lavoro italiano: cooperative, appalti e subappalti, forme di caporalato gestite da organizzazioni mafiose, mancanza di diritti sindacali, bassi salari e orari di lavoro prolungati, forme di lavoro schiavistico ecc., tutto quello contro cui si misurano i sindacati autonomi nelle loro vertenze quotidiane. Tuttavia esistono diversi fattori che rendono queste lotte generali e quindi politiche*.

Per capire meglio questa affermazione è necessario aprire una riflessione sulla “globalizzazione”. “Nei primi anni duemila il trasporto marittimo cresceva al doppio del tasso di crescita mondiale… In fondo, da quando il primo container è stato imbarcato su una nave, nel 1956, questa industria è cresciuta in modo inarrestabile, fino a diventare parte indispensabile dell’economia globale… Oggi esistono meganavi capaci di trasportare più di 18mila container”[1]. Da questi primi dati è possibile capire che il trasporto delle merci è una delle principali attività dell’economia globale, che si tratti di oggetti di consumo come televisori, telefonini, vestiti, o di materie prime, o derrate agricole e semilavorati.

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Alfonso Gianni: La regionalizzazione della globalizzazione

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La regionalizzazione della globalizzazione

di Alfonso Gianni

continents g944837933 1920 1536x1046Non è infrequente che la sinistra, che conveniamo chiamare d’alternativa, cada spesso vittima delle proprie analisi, anche di quelle giuste, e delle conseguenti definizioni. Il che è un sintomo di una certa staticità di capacità analitica, di una fissità intellettuale che inibiscono la possibilità di cogliere, ancor più di prevedere, i cambiamenti in atto. Con la conseguenza di trovarsi sempre un poco in ritardo, fuori tempo e spiazzati rispetto alle modificazioni in atto a livello internazionale e interno, come sul terreno politico ed economico, istituzionale e sociale. Ed è chiaro che si tratta di una constatazione in primo luogo autocritica.

Un caso classico è rappresentato dal termine globalizzazione e ciò che esso sottende e intende. Già prima della grande crisi economico-finanziaria che prese le mosse dallo scoppio della bolla dei subprime nell’estate del 2007 negli USA, si potevano cogliere elementi concreti che indicavano come l’espansione di quell’insieme di processi economici e produttivi che afferivano alla globalizzazione, incontrava degli ostacoli, battute d’arresto e inversioni di marcia. Il sopraggiungere della crisi pandemica e poi della guerra in Europa ha ulteriormente accentuato quelle tendenze, tanto che oggi parlare di deglobalizzazione – un termine, come vedremo, troppo riassuntivo rispetto alla complessità dei processi in corso e quindi generico – non stupisce quasi nessuno.

Certamente la “globalizzazione non è finita” come ribadisce Moises Naim (la Repubblica, 10 ottobre 2022), ma sicuramente non è la stessa che abbiamo conosciuto negli ultimi lustri del secolo scorso.

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Luigi Luccarini: Corte Costituzionale: da garante delle libertà fondamentali a stanza di compensazione della ragion di stato

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Corte Costituzionale: da garante delle libertà fondamentali a stanza di compensazione della ragion di stato

di Luigi Luccarini*

Inutile commentare una sentenza prima ancora di leggerne le motivazioni, anche se a molti è apparsa una decisione già scritta fin dall’inizio. Più interessante, se mai, ricordare che la Corte Costituzionale italiana è strutturata in modo da rappresentare il vertice di un sistema “chiuso” di giustizia che, contraddicendo il postulato secondo cui dovrebbe essere amministrata “in nome del popolo”, prescinde in realtà da qualsiasi riferimento a quello stesso “popolo” e si pone in esclusivo rapporto con la sua rappresentanza politica. La pandemia ha palesato come il nostro ordinamento non sia stato in grado di fornire una vera risposta di garanzia dei diritti fondamentali, perché i tempi sono cambiati, la “costituzione materiale” vi si è adattata ed è ormai svanita la coscienza che solo affermazione e tutela delle libertà dell’individuo siano barriera contro l’idolatria dello Stato Apparato. Da organo di suprema garanzia, la Corte costituzionale è diventata di fatto una stanza di compensazione delle ragioni di Stato. Uno straordinario contributo dell’avvocato cassazionista Luigi Luccarini.

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Inutile piangere sull’esito del giudizio costituzionale di giovedì. Così come era utopia coltivare speranze di una sentenza che contraddicesse due anni di gestione di un fenomeno sanitario, giustificata con la sola apparenza di motivi medico-scientifici, ma in realtà prevalentemente da ragioni politiche ed economiche.

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Davide Miccione: In merito al merito

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In merito al merito

di Davide Miccione

Come “resilienza”, “valori”, “sostenibilità” e altre superparole utilizzate dal discorso del potere, anche “merito” è una parola-botola, una parola che serve per transitare inosservati da un punto all’altro del discorso o, se si vuole, una parola-cilindro, come quelli truccati dei vecchi maghi, adatti a far uscir fuori conigli e stupire lo spettatore distratto. Queste parole hanno la comune caratteristica di dare un apparente senso alle frasi, di prestarsi alla retorica tenendo lontano il parlante medio (e persino medio-alto) da ogni analisi sul significato e sul reale spazio di applicazione della parola stessa.

“Merito” circola da anni. Circola nei discorsi della destra finanziaria-radicaloide (Renzi, Calenda, magna pars del Pd ecc.), della destra finanziaria-imprenditoriale (Confindustria, i corrieristi ecc.) e ora ritorna nelle titolazioni ministeriali della destra tardo-valoriale. La sua riproposizione, come spesso capita alle parole-botola, causa un dibattito in cui mezze verità entrano in disputa con mezze bugie fino a causare la perdita dell’orientamento in chi assista al dibattito.

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Guido Salerno Aletta: Così la guerra in Ucraina cambia la strategia europea per la sostenibilità

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Così la guerra in Ucraina cambia la strategia europea per la sostenibilità

Il saggio di Fantacone e Floros

di Guido Salerno Aletta

Chiarezza espositiva, completezza informativa, fonti ufficiali e dati di prima mano, esaustività nell’esame dei nessi tra dati economici e decisioni politiche. Si legge d’un fiato, ma il saggio di Stefano Fantacone e Demostenes Floros Crisi o transizione energetica? Come il conflitto in Ucraina cambia la strategia europea per la sostenibilità è assai più di un instant book, visto che affronta due tematiche, energetiche e geopolitiche, di estrema attualità e complessità: va tenuto a portata di mano, per inquadrare correttamente le novità che si susseguono quasi quotidianamente nella struttura di un libro che fornisce sia i dati quantitativi che le relazioni sistemiche. È una sorta di scacchiera su cui seguire le mosse dei diversi attori.

L’analisi del libro riguarda innanzitutto la debolezza, se non l’inconsistenza, delle assunzioni economiche su cui è stata basata la sostenibilità del processo di transizione verso le fonti energetiche rinnovabili: adottando uno schema teorico semplicistico, di relazioni di mercato basate su un contesto di concorrenza perfetta, la minore domanda di energie fossili ne avrebbe fatto diminuire progressivamente il prezzo, compensando così il fabbisogno finanziario necessario per gli investimenti nelle fonti rinnovabili.

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Pierluigi Fagan: Il ritorno della Storia

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Il ritorno della Storia

recensione di Pierluigi Fagan

La tesi centrale del libricino (poco più di un centinaio di pagine, si legge in due giorni, costa 16 euro) è il ritorno della Storia ovvero la fine della lunga parentesi irrealistica ed in parte idealistica del corso degli eventi (geo)-politici mondiali. L’impianto mentale del Caracciolo è fatto oltreché ovviamente di geopolitica, di geostoria e geopolitica critica. La seconda estende l’inquadratura degli eventi al più o meno lungo corso storico letto con dentro i vincoli geografici. La terza è una sorta di epistemologia critica della disciplina dove si analizzano gli intenti ideologici delle grandi narrazioni geopolitiche assieme alla geopolitica di fatto ed assieme ad una sorta di geopolitica popolare ovvero lì dove gli assunti di primo tipo percolano in mille forme più pret-à-porter che arrivano alle cartine di corredo gli articoli, i film, i supereroi, le narrazioni spicciole che animano le nostre video-digital-teatrocrazie. Il libro articola in due parti.

Nella prima prende di petto quattro grandi narrazioni occidentali. Si inizia col celebre “La fine della storia” (1992) incauto titolo di quello che dovrebbe esser uno storico americano F. Fukuyama che, in tutta evidenza, dello storico ha ben poco e molto dell’ideologo.

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