Perché l’Ue ha sbagliato a censurare i media russi

Alfonso Bianchi (Europa Today) – 04/03/2022

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La decisione dell’Unione europea di oscurare le trasmissioni di Sputnik ed RT (un tempo Russia Today) sul territorio comunitario è una decisione sbagliata e che, soprattutto nelle modalità, crea un precedente pericoloso che potrebbe essere usato in futuro per oscurare altre voci che potrebbero risultare sgradite. I due canali finanziati dal Cremlino sono accusati di “condurre azioni di disinformazione e manipolazione delle informazioni”, e di essere sotto il “controllo permanente, diretto o indiretto, delle autorità della Federazione russa”, nonché di essere “essenziali e determinanti per portare avanti e sostenere l’aggressione militare nei confronti dell’Ucraina e per la destabilizzazione dei Paesi vicini”. Sono accuse certamente gravi ma possono bastare per giustificare l’oscuramento, o ipoteticamente in futuro, la chiusura di un giornale, di un mezzo di informazione? Se lasciamo che i governi stabiliscano cosa è disinformazione e cosa no, stiamo delegando a loro la possibilità di decidere quali voci hanno diritto di essere ascoltate in Europa e quali no.

Il punto non è se le accuse rivolte a Sputnik e RT siano vere o meno, il punto è che non possiamo lasciare che a stabilirlo sia il potere politico, di qualunque colore esso sia. Nel 2017 fece scalpore la decisione di Mosca di costringere i media che ricevevano finanziamenti stranieri, come Radio Free Europe, a dichiararsi “agenti stranieri”. Ma la decisione russa era solo una copia di quanto fatto in precedenza da Washington che aveva costretto RT a fare la stessa cosa, una mossa che non aveva scatenato nessuno scalpore o indignazione, forse perché presa dai nostri alleati, da quelli che riteniamo i ‘buoni’.

La logica dell’emergenza non può bastare a giustificare una decisione del genere, come probabilmente non bastava ad accettare con giubilo il fatto che l’account Twitter di Donald Trump fosse oscurato, un atto su cui forse troppo poco ci siamo interrogati, complice il fatto che in Europa l’ex presidente degli Usa non certo era molto popolare. Che piacesse o no era sempre il presidente eletto di un Paese, un uomo che doveva avere il diritto di dire quello che pensava, fossero anche menzogne, senza che potesse essere censurato. A causa della pandemia abbiamo preso la cattiva abitudine di accettare troppe decisioni senza controbattere troppo, perché queste decisioni sono motivate appunto dalle circostanze straordinarie. Una pandemia e una guerra sono due eventi tragici e che richiedono decisioni forti, ma non per questo dobbiamo accettarle tutte supinamente.

Tra l’altro misure come l’oscurmento di una testata, in guerra come in pandemia, alimentano le teorie del complotto, danno armi a chi sostiene che con la scusa della lotta alle ‘fake news’ si vogliono silenziare solo delle supposte verità scomode (che spesso sono teorie ridicole come i microchip nei vaccini, o il complotto satanico giudaico, ma vabbè). Come fa notare Ricardo Gutierres, il segretario generale della European Federation of Journalists (Efj), la messa al bando di un media “è un atto serio, che deve basarsi su solide basi giuridiche ed elementi oggettivi, per evitare arbitrarietà”. E le solide basi legali nella decisione di Bruxelles sono difficili da trovare. Come sottolinea il segretario generale di Reporters sans frontières, Christophe Deloire, in materia di restrizione della libertà di espressione solitamente “è richiesto l’intervento di un giudice indipendente o di un’autorità indipendente, sulla base del diritto internazionale”, altrimenti è tutto lasciato all’arbitrio di chi detiene il potere.

E poi siamo seri, la disinformazione e la propaganda non sono certo invenzioni di Vladimir Putin, sono sempre esistite ed esistono tuttora anche nei Paesi Occidentali. La propaganda in sostegno di un governo, di un partito o semplicemente di un’azienda che magari è anche editrice di un determinato giornale. Che vogliamo fare? Istituire un tribunale della verità che giudichi tutti i media e stabilisca quali hanno diritto di parola e quali no? Come sottolinea sempre Gutierres è sempre meglio contrastare la disinformazione, vera o presunta, “esponendo alla luce del sole gli errori o le azioni di cattivo giornalismo”, o magari “dimostrando la loro mancanza di indipendenza finanziaria e operativa”, e mettendo in luce la eventuale “lealtà agli interessi del governo e il loro disprezzo per il bene pubblico”. Saranno poi i cittadini a giudicare, ma non possiamo giudicare noi per loro, né tanto meno possono farlo i governi.

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