[Sinistrainrete] Roberto Finelli: Marco Gatto, Fredric Jameson

Marco Gatto, Fredric Jameson, Roma, Futura Editrice, 2022

I. Un modo originale di ripensare la dialettica

Non deve sorprendere il fatto che Marco Gatto, uno dei nostri migliori studiosi di critica letteraria e di teoria della letteratura, abbia sentito la necessità di ritornare con un testo completamente nuovo (Fredric Jameson, munito di una prefazione dello stesso Jameson) sulla figura dell’intellettuale americano, cui aveva già dedicato un volume nel 2008, Fredric Jameson. Neomarximo, dialettica e teoria della letteratura, edito da Rubbettino. Non deve stupire perché, benché già il testo precedente contenesse un’esposizione accurata ed esauriente di un autore assi poco presente nella cultura italiana, Gatto dopo quindici anni deve aver avvertito una maggiore capacità da parte sua di possedere e stringere la tematica assai varia e complessa di un autore che si diffonde nei più vari campi del sapere estetico-letterario e teorico-politico, qual è Jameson. Avvertendo nello stesso tempo la necessità di restituire al lettore con maggiore sistematicità e chiarezza teorica la lunga e multiforme attività di quello che, al di là della produzione ancora in atto, è stato senza dubbio il teorico marxista più influente del secondo Novecento.

Non che un intellettuale dello spessore di David Harvey non possa non essere considerato anch’egli come l’altro teorico di maggiore profondità speculativa e di maggiore sistematicità nell’ambito del marxismo dell’ultimo cinquantennio. Ma la peculiarità tutta propria di Jameson rispetto alla pari grandezza del sociologo e geografo britannico si connota per aver trattato, per tutta la sua vita, non la materialità della struttura e della produzione economica, quanto invece i termini in cui un modo sociale di produzione vive attraverso la produzione della cultura e dell’immaginario, attraverso cioè la diffusione e la generalizzazione del cosiddetto simbolico, con un’attenzione peculiare rivolta essenzialmente, ma non solo, ai manufatti estetici e letterari.

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Gaetano Sinatti: Scuola, la vera emergenza italiana

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Scuola, la vera emergenza italiana

di Gaetano Sinatti

vecchia scuo 2 e1659265820374In Italia si erogano mediamente in un anno scolastico 990 ore per alunno della scuola dell’obbligo. Il totale di ore lungo tutto il percorso è tra i più alti al mondo. Lo stesso vale per la durata dell’anno scolastico: l’Italia – con 200 giorni di lezioni per le scuole elementari, medie e superiori – è il Paese col maggior numero di giorni di scuola in tutta Europa, alla pari con la Danimarca.

Invece, l’abbandono scolastico in Italia è al 13,1% nel 2020 – vale a dire che in media più di 10 ragazzi su 100 lasciano la scuola. Situazione peggiore in Europa la troviamo solo a Malta (16,7%), in Spagna (16%) e in Romania (15,6%). In termini di business potremmo dire quindi che, a fronte di un servizio labour intensive, la “clientela” della scuola è sempre più disaffezionata.

Quanto agli insegnanti, essi hanno perso il loro residuo prestigio professionale e, invece di educatori e portatori di conoscenza da ascoltare con rispetto, sono sempre più considerati degli impiegati pubblici poco produttivi. Nonostante il fatto che il loro impegno contrattualmente prescritto non si esaurisca nelle 36 ore settimanali: la didattica, per gli insegnanti coscienziosi, non finisce né in classe né a scuola, ma si prolunga a casa e spesso anche nel fine settimana.

Il tutto in un quadro di soffocanti adempimenti burocratici, che mediamente portano sul tavolo di un docente almeno una circolare al giorno: da leggere, interpretare, applicare. Oltre ovviamente alle email con cui oramai si comunica in qualsiasi ambiente di lavoro.

In media ogni insegnante si trova 20,34 alunni per classe, nonostante in termini assoluti gli studenti di tutti gli ordini scolastici siano andati diminuendo dai 7.714.557 dell’anno scolastico 2005-2006 ai 7.507.484 del 2019-2020.

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Piccole Note: Lo scontento degli Usa verso l’Ucraina e la follia della Pelosi

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Lo scontento degli Usa verso l’Ucraina e la follia della Pelosi

di Piccole Note

In un articolo dedicato alla visita della Pelosi a Taiwan, che nel titolo viene definita “assolutamente sconsiderata”, Thomas Friedman sul New York Times rivela alcuni retroscena molto interessanti sull’Ucraina, che mettono in luce la difficoltà in cui versano gli Stati Uniti e la follia della speaker della Camera, che con questa visita “arbitraria e frivola” accarezza l’apertura di un altro fronte, portando il suo Paese (e tutti noi) in mezzo a una “guerra con due superpotenze contemporaneamente” (cosa che è contro le più basilari regole della geopolitica, aggiunge il cronista).

Ma se le considerazioni sulla Pelosi sono ovvie, e ne riferiamo di seguito, sorprende quanto scrive sull’Ucraina, dal momento che va contro tutta la narrativa mainstream che idealizza la leadership di Kiev.

Infatti, mentre apparentemente i rapporti tra Zelensky e il suo entourage con gli Usa sono ottimi, “in privato, i funzionari statunitensi sono molto più preoccupati per la leadership ucraina di quanto non facciano intendere. C’è una profonda sfiducia nella Casa Bianca per il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, molto più di quanto viene riportato”.

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Anna Pulizzi: L’umiliazione del voto inutile

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L’umiliazione del voto inutile

di Anna Pulizzi

Obbligare i partiti d’opposizione a raccogliere 60mila firme in pochi giorni e per di più senza fornire i moduli per farlo, è l’estremo atto di fede della giunta Draghi agli interessi delle oligarchie, che non tollerano alcuna voce fuori dal coro in parlamenti ridotti a santuari del servilismo, come del resto già da tempo avvenuto con gli organi d’informazione. Così sulla scheda elettorale compariranno esclusivamente le formazioni vallette del sistema, rigorosamente euro-nazi-atlantiste nonché prone ai diktat dei mercati finanziari. Tutte le altre, benché di dimensioni assai modeste, resteranno fuori dai giochi, non compariranno tra le scelte possibili e perciò nemmeno nei sondaggi o sulle poltroncine dei talk-show politici, che sarebbero quelle arene in cui moderatori con stipendi a cinque cifre ammettono voci dissidenti solo nel ruolo del toro durante la corrida.

Addomesticare la marea pentastellata fino al punto di avere il suo esponente di spicco che si mette la mano sul cuore quando passano i marines, non è stata impresa né lunga né difficile, a dire il vero. Tuttavia il suicidio del movimento grillino lascia sul terreno un 20% di elettorato deluso da un soggetto che prometteva di rivoltare l’Italia come un calzino e invece si è rivelato un barcone senza timone né bussola sospinto dalle supercazzole di un improbabile nocchiero.

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Savino Balzano: La campagna elettorale peggiore di sempre: avete paura e fate bene

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La campagna elettorale peggiore di sempre: avete paura e fate bene

di Savino Balzano

È davvero la campagna elettorale più brutta a cui abbia mai assistito: ricordo già da ragazzino quella fibrillazione che avvertivo quando si avvicinava il momento del voto. Per carità, il livello di consapevolezza era quello che era, tuttavia la sensazione di partecipazione (per quanto allora non votassi ancora) era tanta e c’era entusiasmo, la percezione di un possibile cambiamento alle porte. Era tutto certamente finto, ma la narrazione conservava forse un minimo di dignità, più che di verità potremmo dire di verosimiglianza.

Quello che vediamo ora è sinceramente disarmante, verrebbe da dire a destra come a sinistra, ma già nello scriverlo ci si rende conto di quanto anche questo sia francamente ridicolo. Non che certi valori non abbiano più senso, ma la contrapposizione tra chi dovrebbe incarnarli semplicemente non esiste.

Le parti in causa sono speculari le une alle altre: tutto un pastone, una melma informe e puzzolente, di figure patetiche in cerca di una collocazione che consenta loro di restare a galla. Davvero non saprei da dove cominciare.

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Andrea Pannone: Sulla determinazione del valore dei beni capitali in un’economia moderna

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Sulla determinazione del valore dei beni capitali in un’economia moderna

di Andrea Pannone

treno merci faIl tema affrontato in questo scritto può sembrare astratto e di appannaggio riservato ai soli specialisti. In realtà, quello della valutazione dei beni capitali è un aspetto estremamente problematico sin dagli inizi della storia del pensiero economico e costituisce, più o meno esplicitamente, un fattore discriminante di tutte le teorie del valore.

Senza la minima pretesa di esaustività, nelle pagine seguenti procederemo come segue:

  1. forniremo brevissimi cenni su come le varie scuole economiche abbiano affrontato nel tempo il problema della valutazione dei beni capitali.
  2. forniremo gli elementi di un approccio alternativo alla determinazione del valore dei beni di capitale. Tale approccio, oltre a permettere di superare (almeno alcuni de)i principali limiti degli approcci esistenti in letteratura, risulta estremamente coerente con importanti aspetti dell’evoluzione tecnologica e finanziaria delle economie moderne.

 

La valutazione dei beni capitali lungo la storia del pensiero economico: alcuni cenni

Come ci ricorda Giorgio Gattei (2003), ad esempio, ai fini della validità della ‘legge’ del valore- lavoro – ossia del principio di origine Smithiana secondo cui le merci si scambiano sul mercato in base al rapporto tra le quantità di lavoro necessarie a produrle – è anche implicitamente richiesta l’ipotesi che nei processi produttivi delle due merci non venga impiegato alcun bene capitale. In caso contrario, anche la presenza di un solo bene capitale non consentirebbe più la semplificazione del valore di scambio al rapporto dei lavori contenuti.

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Il Pungolo Rosso: Come l’IPCC contraddice, per viltà, sé stesso

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Come l’IPCC contraddice, per viltà, sé stesso

di Il Pungolo Rosso

La prima bozza metteva in guardia rispetto agli “interessi costituiti”. Questo passaggio, che appare nella relazione, è venuto meno nella sintesi finale, vittima di quegli stessi interessi costituiti – gli interessi del capitale

IPCCreportCoverjpg min 960x1242Ci sono due versioni dell’ultimo rapporto IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) sul cambiamento climatico: la prima, una bozza trapelata nell’estate 2021, più radicale, basata sulla realtà dei fatti – che abbiamo a suo tempo presentato; la seconda, quella ufficiale, più edulcorata. E non è tutto: anche nella versione formale, le 2.900 pagine del rapporto hanno un tono molto diverso dalla sintesi ad uso e consumo di Policymarkers e managers, una sintesi negoziata (proprio così) con gli stessi responsabili e dirigenti governativi e del grande capitale. Premettendo alcune considerazioni, riprendiamo da Climate&Capitalism (che ha a sua volta attinto a CTXT – Contexto y Acción) un’analisi accurata, compiuta da alcuni scienziati, del lavoro di censura operato dagli interessi dominanti sul rapporto sintetico IPCC; potete leggerla in traduzione.

Quando la “scienza” è costretta a fare i conti con il modello sociale esistente, qualcosa della realtà inevitabilmente trapela: nel rapporto, ad esempio, si denunciano gli “interessi costituiti” che si oppongono ferocemente alle misure che si dovrebbero adottare per salvare il pianeta o – meglio – la vita così come la conosciamo. Senonché questa denuncia scompare nella sintesi negoziata proprio con gli stessi interessi costituiti che andrebbero attaccati, e che al di fuori delle formule ingessate delle pubblicazioni scientifiche, sono individuabili senza margini di incertezza con le lobby dei fossili, e più in generale con le grandi forze del capitalismo che spingono sull’acceleratore per continuare indisturbate ad accrescere indefinitamente la produzione di merci e servizi, e con essa la produzione di emissioni climalteranti.

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Redazione: Per un terzo polo popolare e di cambiamento

lafionda

Per un terzo polo popolare e di cambiamento

di Redazione

Ospitiamo questo appello promosso da autorevoli amici della Fionda e sottoscritto dal nostro direttore responsabile, Alessandro Somma

È indispensabile creare un terzo polo dedito alla questione sociale, a costruire un’economia senza sfruttamento, alla lotta contro la crescente disuguaglianza. A questo polo deve contribuire soprattutto la convergenza fra M5S e formazioni discendenti dalla storia del movimento dei lavoratori.

Visto il crescente deterioramento sociale, l’attuale bipolarismo va definito come falso. Utilizza la crisi Covid, la guerra, la Ue per compattare intorno a sé l’elettorato, ma con risultati decrescenti: negli ultimi 30 anni nessun vincitore è mai stato confermato, il M5S ha stravinto proprio contro i due poli, si allarga l’astensione. Perciò è grandissimo il potenziale di un terzo polo. Anche perché è l’unico a poter togliere elettorato al non voto o alle destre.

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FIR – Frazione Internazionalista Rivoluzionaria: La crisi in Italia peggiora: per un piano di lotta e una politica della classe lavoratrice!

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La crisi in Italia peggiora: per un piano di lotta e una politica della classe lavoratrice!

di FIR – Frazione Internazionalista Rivoluzionaria

La crisi nel nostro paese è a tutto campo: caduta del governo e elezioni antidemocratiche, inflazione a livelli storici, bollette alle stelle, fondi a pioggia per le aziende e per le spese militari, e nuovi attacchi alla classe lavoratrice e alla popolazione povera.

Il prossimo governo sarà al servizio dei banchieri, di Confindustria, dei capitalisti, della NATO, esattamente come il governo Draghi. La classe lavoratrice, la gioventù, le donne devono intervenire attivamente nella crisi perché non decidano sempre dall’alto, a nostre spese.

Appoggiamo e uniamo le lotte sociali. Discutiamo e elaboriamo un piano di lotta comune con nostre rivendicazioni indipendenti, rivendichiamo lo sciopero generale, battiamoci con la burocrazia sindacale perché la si finisca con concertazione e passività.

Le lotte da sole non bastano: serve una politica della classe lavoratrice, non la corsa alle alleanze a perdere coi partiti “progressisti”.

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Pier Paolo Caserta: 25 settembre: un’alleanza per i lavoratori è davvero impossibile da realizzare?

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25 settembre: un’alleanza per i lavoratori è davvero impossibile da realizzare?

di Pier Paolo Caserta

Dico la mia sulle elezioni del 25 settembre e sul difficile quadro delle alleanze e delle proposte politiche alternative alle due destre.

Parafrasando Schopenhauer, il sistema politico italiano è ormai un pendolo che oscilla tra la conservazione e la reazione; ma arrivando, ad ogni oscillazione, un passo più vicino al punto di rottura.

Proprio per questa ragione (alla quale si aggiunge il quadro internazionale) esisterebbe oggi, a mio avviso, la possibilità di mettere un tassello non meramente elettoralistico per ricostruire, su basi adeguate ai tempi, un partito dei Lavoratori non politicamente marginale, unendo le forze che si sono consapevolmente – e coerentemente! – opposte all’agenda Draghi, alla guerra, alle politiche neoliberali di macelleria sociale.

Occorre strategicamente dare corpo a un partito dei Lavoratori con una massa critica, oggi del tutto assente dall’offerta politica maggiore italiana.

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