[Sinistrainrete] Gaspare Nevola: Tradizione e rivoluzione, dall’oscurità della storia

1. Una comunità che arriva dall’oscurità della storia

Kalasha (o Kalash) è una comunità che arriva dall’oscurità della storia umana. Da secoli vive sulle pendici dell’Hindikush, ai confini tra Pakistan e Afghanistan. Vive nelle valli che le sue genti, secondo immemore tradizione, chiamano “Il Tetto del Mondo”. Sotto il profilo politico-amministrativo, la comunità fa parte del multietnico Pakistan a dominanza musulmana, di cui costituisce la comunità più piccola (circa 5 mila persone) e una minoranza religiosa che continua a seguire un culto “pagano”, politeista. I suoi abitanti sono geneticamente ritenuti euro-asiatici, e forse con geni europei; hanno in prevalenza una carnagione rosea, capelli biondi e occhi chiari, non di rado azzurri; si ritengono discendenti dei soldati di Alessandro Magno, che ebbe a governare quelle terre con le sue milizie. Nel corso del tempo la comunità ha abbandonato i territori più bassi, sempre più islamizzati, e si è ritirata in tre remote valli di alta montagna, nel distretto di Chitral. Questo, tuttavia, non le ha permesso di restare al riparo dagli aspri conflitti armati che hanno via via pervaso l’Afghanistan e lo stesso Pakistan, dato che l’area – proprio perché impervia – è diventata luogo di guerriglia e di manovre militari di portata strategica in un confine caldo della conflittualità internazionale

Con ogni probabilità, gli attuali Kalasha rappresentano l’ultima discendenza di una popolazione antichissima ora in via di estinzione. La loro è un’economia di sussistenza, basata sulla coltivazione del grano e della vite e sull’allevamento di ovini e bovini.

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Michele Prospero: Democrazia, bonapartismo, populismo

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Democrazia, bonapartismo, populismo

di Michele Prospero (Università di Roma “la Sapienza”)

ed2b7bcea4f6c8c94f75420f549a2a85 MC’e un tema molto importante (quello della torsione autoritaria dei regimi politici nelle crisi di sistema) che attraversa la ricerca di Losurdo e costituisce un nucleo analitico rilevante del suo studio: dal libro della Bollati Boringhieri, Democrazia o bonapartismo, ritorna anche nell’opera postuma su La questione comunista, soprattutto nel capitolo riguardante il neopopulismo.

Nel libro su Democrazia o bonapartismo il merito di Losurdo è quello di intrecciare la storiografia filosofica delle idee con l’analisi delle dinamiche politiche istituzionali. In particolare, Losurdo raccoglie il nucleo analitico più profondo del 18 brumaio di Marx e ne assume le categorie essenziali come fondamento possibile di un’interpretazione dei momenti critici delle democrazie occidentali. L’assunto che Losurdo sviluppa è che il bonapartismo e il populismo costituiscano fenomeni ricorrenti strutturali. Rappresentano cioè l’ombra delle democrazie di massa nelle giunture problematiche.

Il bonapartismo emerge nell’analisi di Marx proprio a ridosso della grande crisi di modernizzazione degli istituti politici francesi che introdussero il suffragio universale maschile. Il bonapartismo e il populismo, in questo senso, sono fenomeni che riguardano la difficoltà che i ceti politici e sociali dominanti incontrano nel gestire con le risorse procedurali dell’ordinamento i grandi conflitti della modernità. In tal senso il cesarismo con la personalizzazione del potere indica lombra che accompagna la democrazia moderna.

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Marco Duò: Fra egemonia e avanguardia: il Lenin di Guido Carpi, il nostro Lenin

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Fra egemonia e avanguardia: il Lenin di Guido Carpi, il nostro Lenin

di Marco Duò

Il Lenin di Guido Carpi, una biografia in due volumi, è un contributo utile e stimolante per pensare al marxismo e alla politica rivoluzionaria del XX secolo per formulare una guida per l’azione oggi

lenin12Per i militanti, la biografia di un rivoluzionario del passato, si sa, è sempre prima di tutto un manuale. In queste biografie, l’approccio militante consiste, di solito, nel cercare di scovare delle indicazioni e dei modelli, per trasformare il racconto in precedente e per porsi lungo lo stesso tracciato storico percorso dal protagonista. Fare proprio un fatto storico, però, è possibile e doveroso, anche e soprattutto se lo si fa con lo scopo di darsi una guida per l’azione. Esisto-no, infatti, delle biografie che già di per sé sono concepite come manuali per la militanza. È questo, senza dubbio, il caso della biografia di Vladimir Il’ič Lenin scritta da Guido Carpi, intitolata Lenin, e uscita in due volumi (il primo nell’ottobre 2020, il secondo l’ottobre scorso) per Stilo Editore.

Si tratta di una pubblicazione che, pur collocandosi lungo un filone che sembrava ormai esaurito (si pensi alle opere di Gorkij (1927), Trotsky (1936) e Lih (2010), per citarne solo alcuni), presenta notevoli e numerosi elementi di originalità. Fra questi, spiccano sicuramente l’impostazione dell’opera e l’uso delle fonti. Quella di Carpi, infatti, non è la classica biografia da vertici di partito, basata esclusivamente su fonti ufficiali, dove il profilo del protagonista e quello dell’istituzione di cui egli fa parte faticano a distinguersi. Stavolta, la linfa da cui prende vita il racconto è la corrispondenza fra il rivoluzionario russo e i militanti di base del partito. Attraverso un ampio catalogo di frammenti epistolari, firmati quasi sempre da nomi che non hanno avuto la fortuna di essere consegnati alla storia, il lettore si scontra direttamente con la realtà dell’organizzazione politica nei suoi aspetti più crudi e pratici.

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Dante Barontini: “Qui comando io, se no è il diluvio”

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“Qui comando io, se no è il diluvio”

di Dante Barontini

Senza mezzi termini: “per fare tutto questo – il programma previsto da Pnrr e partecipazione alla guerra – serve un governo forte e coeso, e un Parlamento che lo accompagni. Serve una fiducia vera, non di facciata”. Sottinteso: totale. “Siete pronti? La risposta non la dovete a me a a tutti gli italiani”.

L’attesa per il discorso di Mario Draghi al Senato si è conclusa con la prevista dichiarazione di disponibilità a restare presidente del consiglio ma solo se si “ricostruisce il patto di fiducia” per come era stato all’inizio del suo mandato.

Ovvero senza nessun distinguo dei singoli partiti su nessuno dei punti fondamentali. Con i partiti obbedienti come lo sono stati – purtroppo aggiungiamo noi – “i cittadini”, che hanno sopportato di tutto con poche o nessuna resistenza.

Non ha detto, e non poteva certo dirlo senza passare per un aspirante “autocrate”, “qui comando io”. Ma il senso di tutto il discorso è stato questo.

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Savino Balzano: Golpisti siete voi: a casa il governo dei Signori!

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Golpisti siete voi: a casa il governo dei Signori!

di Savino Balzano

La bassezza del dibattito pubblico attorno alla possibile crisi di governo non sorprende di certo: da anni, ormai, siamo abituati ad un livello della discussione che non sarebbe probabilmente tollerato nemmeno nella più periferica e malfamata delle osterie, nemmeno negli ambienti più triviali e suburbani (che poi sono i migliori, a pensarci).

In Senato, ieri, ne abbiamo sentite di tutti i colori: a superarsi probabilmente ancora una volta Renzi, dal basso del suo 2% giustamente preoccupato dall’eventuale confronto con gli elettori, si è permesso di paragonare quanto accadeva e accade con quanto successo in Sri Lanka. La crisi (eventuale) del governo Draghi fatta passare per una specie di golpe, per una specie di colpo di stato: tutto sommato non è paradossale, in effetti è perfettamente coerente con l’idea di “democrazia” che questa classe dirigente concepisce. La logica è la medesima che di Draghi ne ha visto l’insediamento, non molto diversa da quella che a Palazzo Chigi ci ha posto Mario Monti: due alfieri scelti da una regia elaborata al Colle, nell’interesse della finanza internazionale.

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Geraldina Colotti: Golpe, le ammissioni di Bolton e il silenzio (imbarazzato e imbarazzante) dell’UE

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Golpe, le ammissioni di Bolton e il silenzio (imbarazzato e imbarazzante) dell’UE

di Geraldina Colotti

Ipocriti e prezzolati. Così, con la consueta vis polemica che lo caratterizza, il presidente del parlamento venezuelano, Jorge Rodriguez, ha stigmatizzato i media egemonici, che si mostrano stupiti di fronte alle dichiarazioni di John Bolton.

L’ex consigliere per la Sicurezza nazionale di Donald Trump tra il 2018 e il 2019, ha infatti ammesso che il governo nordamericano “ha aiutato” a compiere colpi di stato in altri paesi. Lo ha fatto rispondendo alla domanda di un giornalista della Cnn, Jake Tapper, a proposito dell’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021: non si è trattato di un colpo di stato, ha detto, “credete a me che di golpe me ne intendo, avendo aiutato a pianificarli non qui ma in altri paesi”. Per preparare un golpe – ha aggiunto – “c’è bisogno di molto lavoro”, mentre Trump non ha fatto che “saltare da un’idea all’altra, finché ha finito per aizzare i responsabili dei disturbi al Campidoglio”.

Quanto agli interventi in altri paesi – sia rivendicati in precedenza dai funzionari nordamericani, come ha fatto anche Hillary Clinton nel suo libro a proposito del golpe contro Manuel Zelaya in Honduras, sia provati a distanza di anni dai documenti desecretati, come per l’intervento della Cia contro Salvador Allende in Cile – Bolton è rimasto nel vago.

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Ferdinando Pastore: Sbigottimento di regime

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Sbigottimento di regime

di Ferdinando Pastore

Volti increduli, pallidi, nevrastenici. Così si presentano gli stati d’animo degli affidabili. Di chi negli anni ha lavorato perché l’Italia diventasse il laboratorio più collimante con il modello post-democratico, quello dei vincoli indissolubili, calati dalle elucubrazioni degli esperti. Europeisti e oggi atlantisti. Ragionieri contabili in grado di recepire ossequiosamente protocolli schematici chiamati riforme. Quelle riforme ispirate a concetti razionalmente semplici. Allargare lo spettro degli investimenti privati, per svalutare il lavoro e disincentivare gli esseri umani nel rappresentarsi come parte di una collettività in grado di ottenere protezione e sicurezza.

L’assillo dei liberali, sin dal dopoguerra, riuniti nei loro club esclusivi, abbarbicati nei loro pensatoi ginevrini dove lanciavano strali contro l’espansione della giustizia sociale e le de-colonizzazioni, era principalmente uno. Superare le democrazia. Ridurre la competizione politica a creatura ornamentale. Lo spirito di concorrenza doveva costituzionalizzare l’ineguaglianza. Un quadro normativo statico, indiscutibile, che superasse in un sol colpo l’incespicante andatura del conflitto di classe.

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Gaetano Colonna: Italia, di tutti e di nessuno

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Italia, di tutti e di nessuno

di Gaetano Colonna

Fra i diversi punti interessanti che il segretario Stoltenberg ha toccato nella sua conferenza stampa sulla “nuova impostazione strategica” (New Strategic Concept) della Nato presentata al vertice di Madrid lo scorso 30 giugno, non sono da trascurare i riferimenti alla situazione di Marocco, Tunisia, Mauritania, vale a dire all’impegno della Nato in Nord Africa e Sahel.

Non casualmente, pochi giorni prima dello storico vertice, il gen. Thierry Burkhard, nominato nel luglio 2021 capo di stato maggiore della Difesa francese, la più alta carica militare del Paese, si è recato in Italia per incontrare il suo omologo italiano, l’amm. Giuseppe Cavo Dragone, con lo scopo dichiarato di «dare concretezza agli aspetti militari del Trattato del Quirinale, andando oltre i termini di sviluppo della nostra interoperabilità e condivisione, e preparandoci a condurre operazioni congiunte, se necessario».

Crediamo che in Italia ben pochi siano al corrente di questo trattato, siglato lo scorso novembre 2021 fra Italia e Francia, fra qualche sommessa polemica per essere stato elaborato dalla diplomazia diretta da Mario Draghi, senza peraltro passare per un voto parlamentare. Un trattato che include anche una specifica collaborazione in campo militare (art. 2) e spaziale (art. 7).

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Geraldina Colotti: Sanzioni alla Russia e crisi alimentare globale

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Sanzioni alla Russia e crisi alimentare globale

di Geraldina Colotti*

Linee imperialiste e antimperialiste al G20 dei ministri degli Esteri, a Bali, in Indonesia

IMG 20220715 090318 1024x768sfdgrAl G20 dei ministri degli Esteri, a Bali, in Indonesia, la crisi alimentare e le tensioni sull’energia nel contesto del conflitto in Ucraina sono state al centro dell’agenda. L’edizione 2022 del rapporto delle Nazioni Unite, “Lo stato della sicurezza alimentare e della nutrizione nel mondo” dice che il numero delle persone che soffrono la fame a livello mondiale è salito a ben 828 milioni nel 2021, ossia circa 46 milioni in più dal 2020 e 150 milioni in più dallo scoppio della pandemia di COVID-19, arrivando a colpire fino al 9,8% della popolazione mondiale. Cifre che allontanano ulteriormente la “prospettiva di sconfiggere, entro il 2030, la fame, l’insicurezza alimentare e ogni forma di malnutrizione”.

Nel 2021, circa 2,3 miliardi di persone (29,3%) in tutto il mondo erano in una situazione di insicurezza alimentare moderata o grave – 350 milioni in più rispetto a prima dello scoppio della pandemia da COVID-19. Quasi 924 milioni (11,7% della popolazione mondiale) hanno sofferto di insicurezza alimentare grave, con un aumento di 207 milioni in due anni. Anche il divario di genere nell’insicurezza alimentare è ulteriormente aumentato nel 2021. In tutto il mondo, il 31,9% delle donne ha sofferto di insicurezza alimentare moderata o grave, rispetto al 27,6 % degli uomini: un divario di oltre 4 punti percentuali, rispetto ai 3 del 2020.

Intanto, il conflitto in Ucraina, che coinvolge due dei maggiori produttori mondiali di cereali di base, semi oleaginosi e fertilizzanti, sta mettendo in difficoltà le catene di approvvigionamento internazionali – che già risentono pesantemente di eventi climatici estremi sempre più frequenti, specialmente nei paesi a basso reddito – e sta facendo salire i prezzi di cereali, fertilizzanti, energia e anche degli alimenti terapeutici pronti all’uso per bambini affetti da grave malnutrizione. Incombono, dice il rapporto, conseguenze drammatiche per la nutrizione e la sicurezza alimentare mondiali.

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Gigi Roggero: All’attacco, e poi si vedrà

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All’attacco, e poi si vedrà

di Gigi Roggero

0e99dc 5f796e4ebaf64925b731f60601f4c3f7mv2Con il secondo volume su Lenin, con il sottotitolo Verso la Rivoluzione d’Ottobre (1905-1917), Guido Carpi completa una delle più importanti biografie in circolazione del dirigente bolscevico. In questo articolo Gigi Roggero dialoga con un’opera pensata come unitaria. E unitario è il percorso di Lenin, a patto però che per unitarietà non si intenda omogeneità o linearità. La misteriosa curva della sua retta, di cui ci hanno parlato prima Babel’ e poi Tronti, è ancora lì a interrogarci.

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È fin troppo scontato, di fronte al sequel di un film, o al protrarsi delle stagioni di una serie televisiva, sostenere che il primo episodio fosse decisamente migliore. Ciò non vale necessariamente per i libri, o almeno non vale per questo libro, il Lenin di Guido Carpi (Stilo editrice, 2020-21), di certo una delle più importanti biografie in circolazione del dirigente bolscevico. Non ripetiamo quanto già abbiamo scritto nella recensione del primo volume [1]: la continuazione conferma i meriti e le caratteristiche della lettura leniniana offerta da Carpi. Del resto, i due volumi sono pensati come un’opera unitaria. Si potrebbe dire che unitario è il percorso di Lenin, a patto però che per unitarietà non si intenda omogeneità o linearità. La misteriosa curva della sua retta, di cui ci hanno parlato prima Babel’ e poi Tronti, è ancora lì a interrogarci.

 

Al diavolo le cambiali della borghesia!

Come già per il primo volume – La formazione di un rivoluzionario (1870-1904) –, anche per il secondo il sottotitolo delimita i confini temporali e tematici dell’analisi: Verso la Rivoluzione d’Ottobre (1905-1917).

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Carlo Freccero: La dialettica del liberalismo

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La dialettica del liberalismo

di Carlo Freccero

Liberalismo coverUgo Mattei è giurista, ricercatore e docente universitario sia in Italia che in America. Questa possibilità di conoscere da vicino e dall’interno la cultura statunitense, di cui siamo in qualche modo una colonia, gli conferisce una lucidità ed uno sguardo che oltrepassa la bolla spazio-temporale e autoreferenziale in cui da anni è relegato il dibattito politico italiano.

In un momento di grande incertezza e di incomprensione del presente, il suo libro “Il diritto di essere contro” ci offre la bussola per orientarci.

Tutti capiamo che la nostra Costituzione è stata calpestata, messa da parte e neutralizzarla. Ma come? Dove? Quando? E a che scopo?

Mattei fa un lavoro enorme sia sul piano giuridico che storico, per spiegare e ricostruire nei particolari il ribaltamento delle Costituzioni liberal-democratiche nel nuovo dispotismo occidentale.

Il suo ultimo libro potrebbe intitolarsi “La dialettica del liberalismo”. Mi ha colpito nell’impostazione del discorso proprio la struttura dialettica per cui una premessa si ribalta nel suo contrario. È la stessa struttura del libro di Horkheimer Adorno “La dialettica dell’illuminismo”. L’illuminismo, che è la glorificazione della razionalità, si ribalta, nel corso del tempo, nel suo opposto: l’assoluta irrazionalità del nazismo. La stessa cosa accade alle costituzioni liberal-democratiche moderne. Il liberalismo nasce per essere la glorificazione della libertà politica e si ribalta, nel corso del tempo, in dispotismo. Le limitazioni della libertà di espressione e di opposizione al sistema che soffriamo oggi hanno la propria matrice nel sistema liberale stesso.

Come si spiega tutto ciò? Mattei vede le origini del momento attuale nell’11 settembre. È a partire dal Patrioct Act che le libertà individuali della tradizione liberale vengono sacrificate sull’altare di un unico bene imposto dalla propaganda: la sicurezza.

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Marco Cattaneo: La moneta sovrana non risolve tutti i problemi ma….

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La moneta sovrana non risolve tutti i problemi ma….

di Marco Cattaneo

Siccome l’euro lo usano 19 paesi (dal 2023, 20 con la Croazia, good luck) e una duecentina di altri invece no, ovviamente tra gli altri 200+ qualcun altro ha qualche problema (di tipo economico, s’intende) pur disponendo della propria moneta.

Per cui ogni giorno si leggono articoli e commenti che parlano caso per caso dell’Argentina o della Turchia o del Venezuela o di qualcun altro e pensano di dire qualcosa d’intelligente formulando domande retoriche tipo “ma come ! guarda qui ! come lo spiegano questo i sovranisti ?”.

Caso per caso, le spiegazioni dei guai di questi paesi ci sono (vedi ad esempio qui e qui) e guarda un po’ tendono a ricollegarsi all’utilizzo di una moneta straniera. Mi preme però sottolineare un fatto molto più elementare ma non per questo sufficientemente compreso.

Usare la propria moneta è in primo luogo una questione di AUTODETERMINAZIONE NAZIONALE.

Con la MIA moneta, ho spazio per condurre politiche economiche decise e gestite DA ME, DI MIA INIZIATIVA.

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Andrea Zhok: Colonizzatori e colonizzati

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Colonizzatori e colonizzati

di Andrea Zhok

L’altro giorno stavo assistendo ad una bella discussione di tesi avente per oggetto autori dei cosiddetti “postcolonial studies”.

Era tutto molto interessante, ma mentre ascoltavo gli argomenti di Frantz Fanon, Edward Said, ecc. ad un certo punto ho avuto quello che gli psicologi della Gestalt chiamano un’Intuizione (Einsicht, Insight).

Ascoltavo di come gli studi postcoloniali cercano di depotenziare quelle teorie filosofiche, linguistiche, sociali ed economiche per mezzo delle quali i colonialisti occidentali avevano “compreso” i popoli colonizzati proiettandovi sopra la loro autopercezione.

Ascoltavo di come veniva analizzata la natura psicologicamente distruttiva del colonialismo, che imponendo un’identità coloniale assoggettante intaccava la stessa salute mentale dei popoli soggiogati.

Queste ferite psicologiche, questa patogenesi psichiatrica avevano luogo in quanto lo sguardo coloniale toglieva al colonizzato la capacità di percepirsi come “essere umano pienamente riuscito”, perché e finché non riusciva ad essere indistinguibile dal colonizzatore.

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Matteo Bortolon: Bilancio commerciale della Russia: disastro occidentale ma vittoria di Pirro per Mosca?

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Bilancio commerciale della Russia: disastro occidentale ma vittoria di Pirro per Mosca?

di Matteo Bortolon

Una mezza vittoria è una mezza sconfitta.
(Principessa Leila Organa, Star Wars)

Com’è noto, il sostegno del blocco euroatlantico all’Ucraina contro la Federazione Russa si è concretizzato con aiuti finanziari e invio di armi a Kiev, escludendo il diretto coinvolgimento di soldati regolari occidentali nello scontro.

A quattro mesi dall’inizio dell’invasione, mentre la situazione militare si trascina con uno sguardo sempre meno attento dei media occidentali, pare arrivare ad un punto di svolta la guerra parallela intrapresa da Ue e Usa verso Mosca: quella delle sanzioni.

L’obiettivo era di isolare il paese, sebbene la necessità politica abbia indotto a non farlo completamente per via del flusso di materie prime energetiche così vitale per le economie europee; al di fuori di tale settore Mosca ha subito un embargo molto stretto con l’esclusione dal sistema di comunicazione per i flussi finanziari (SWIFT) ed il congelamento delle riserve di valuta russe detenute da paesi occidentali.

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Piccole Note: Il fallito golpe ucraino e le visite di Biden e Putin in Medio oriente

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Il fallito golpe ucraino e le visite di Biden e Putin in Medio oriente

di Piccole Note

Il dimissionario Boris Johnson ha svolto un ruolo di primo piano nella guerra Ucraina. Riportiamo quanto scriveva venerdì scorso Gian Micalessin sul Giornale: “Perché se Boris non avesse dato carta bianca alla propria «intelligence» e alle proprie «forze speciali», Zelensky non sarebbe certo sopravvissuto al «pronunciamento» dei generali ucraini che il 24 febbraio scorso doveva garantire – nelle previsioni (sbagliate) dell’Fsb – l’instaurazione di un governo filo russo. E se non fosse stato per Boris il presidente ucraino avrebbe probabilmente dato ascolto a chi da Washington suggeriva di portarlo via dalla capitale”.

“Grazie all’insistenza di un BoJo convinto di essere un novello Churchill, il presidente-comico non solo respinse le profferte Usa restando al proprio posto, ma si trasformò in un leader-guerriero capace di galvanizzare i propri combattenti. Non a caso, ieri, [giorno delle dimissioni di Boris, ndr] uno dei primi a farsi sentire è stato proprio Zelensky ricordando l’amico e l’alleato dei «momenti più difficili»”.

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Andrea Sartori: Perchè in America amano Agamben

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Perchè in America amano Agamben

di Andrea Sartori

Chi non ha sognato, a un certo punto della propria vita, di poter stare al mondo senza dover dimostrare nulla, né a sé, né agli altri? Chi non ha sognato di sbarazzarsi della necessità di affinare costantemente le proprie qualità migliori – intelligenza, umorismo, prestanza fisica etc. – per non doverle più mettere in mostra, ed esporle alla percezione altrui, allo scopo d’ottenere un vago e indefinito successo? Chi, ancora, non s’è stancato di celare quelle caratteristiche personali che, a torto o a ragione, sono ritenute impresentabili, quasi fossero una business card stampata male, un biglietto da visita dalla linea grafica improbabile?

L’America è il luogo in cui convivono il marketing del sogno e l’orrore dei mass shootings, ovvero la mistica del fresh start capace di dare nuovo slancio ed empowerment all’esistenza, e il Reale che viceversa resiste a ogni tentativo di trovare un senso. Questo è anche il luogo dell’occidente in cui è massima la frenesia associata alla performance del sé, al bisogno di mettere in vetrina il profilo migliore di chiunque (e di qualunque cosa), ma in cui chiunque non è legittimato all’esistenza per il solo fatto di essere appunto chiunque, ovvero uguale a tutti gli altri.

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