[Sinistrainrete] Rosso Malpelo: Menti raffinatissime

L’età del disordine, ovvero chi semina vento raccoglie tempesta

La caduta di un impero, quando non avviene per una sconfitta militare, è spesso preceduta da una fase di estremo disordine. Un caos volutamente diffuso per l’incapacità di mantenere il controllo imperiale con strategie di ordine e stabilità che contemperino ed armonizzino i diversi interessi dei territori e delle popolazioni assoggettate con quelli del potere centrale. Quando viene meno ciò che è stato definito soft power, ovvero la pervasività culturale del potere imperiale attraverso meccanismi di seduzione del suo modello sociale e culturale, non resta che la forza bruta per assicurarsi la tenuta del potere su vaste aree e molteplici nazioni, i cui interessi soffocati e subordinati, creano faglie di scontro e divisioni all’interno dell’impero. Incapace di governare le forze centrifughe così generate, l’oligarchia imperiale risponde con il caos, ovvero con la diffusione della frammentazione e del disordine, nella convinzione suicida che sia più facile governare un insieme frammentario di elementi, caotico ed in conflitto tra loro, con la preponderante forza militare di cui l’impero dispone. E’ la teoria del martello di Abraham Maslow, “se l’unica cosa che hai è un martello inizierai a trattare tutto come fosse un chiodo”, meglio poi che i chiodi siano molti e piccoli anziché pochi e grandi.

Gli USA hanno raggiunto l’apice della propria parabola imperiale tra la fine degli anni Ottanta ed i primi anni Novanta del secolo scorso, ovvero dalla fase di decadenza e successiva dissoluzione dell’impero antagonista-nemico, cioè l’URSS. Si prospettò in quegli anni per gli USA un dominio assoluto del mondo e per un certo periodo di tempo andò esattamente così (vedere alla voce PNAC).

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Leonardo Mazzei e Moreno Pasquinelli: Amministrative: come volevasi dimostrare

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Amministrative: come volevasi dimostrare

di Leonardo Mazzei e Moreno Pasquinelli

marcia indietro 112 giugno: il divisionismo non paga

I risultati delle elezioni ci consegnano un’immagine fedele della società? Un po’ sì e un po’ no. Possiamo dire che le elezioni sono uno specchio deformante. Le urne consegnano una fotografia della situazione sociale, e come ogni fotografia consiste in un fermo immagine di qualcosa che invece è in movimento. Ancor più inaffidabile, questa rappresentazione della realtà, se il sistema elettorale è truccato, ovvero tende a premiare le forze di regime penalizzando quelle d’opposizione. A maggior ragione ciò è vero in caso di elezioni amministrative, dove fattori come vincoli clientelari, motivi localistici prevalgono sulle idee politiche.

Fatta questa premessa, posti i limiti metodologici di analisi puramente empiriche, la fotografia consegnata dalla urne ci è tuttavia utile per capire lo stato di salute di un dato sistema di dominio, il suo tasso di stabilità o instabilità, la forza egemonica della classe dirigente, la profondità del distacco tra chi sta in alto e chi sta in basso e, di converso, se esista un’opposizione e quanto questa sia consistente.

A livello macroscopico tre dati emergono con tutta evidenza. La crescita dell’astensionismo (fenomeno che raggiunge percentuali molto più alte proprio tra le classi subalterne); il doppio e fragoroso arretramento dei Cinque Stelle e della Lega salviniana (ricordiamo che essi uscirono vincenti nel marzo 2018, fatto che colpì a morte il sistema bipolare fondato sulla dicotomia centro-sinistra e centro-destra); il bipolarismo, che davamo per morto, sembra essere invece resuscitato (con la novità che sul fianco destro la forza trainante è adesso la Meloni, il cui successo premia tuttavia la sua opposizione alla ammucchiata pro-Draghi.

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Ugo Morelli: A.G. Gargani: siamo solo al principio

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A.G. Gargani: siamo solo al principio

di Ugo Morelli

unnameddrtghjk“…l’unico modo fertile di ‘conservarsi in vita’
è quello di complicarla”

[Aldo Giorgio Gargani]

Con lo stile unico di chi la filosofia la vive e non solo la pensa e la scrive, ad Aldo Giorgio Gargani giocavano le lacrime dentro agli occhi, quando ci confidava, negli ultimi anni, un evento. Una sera, alla fine di un incontro, mentre il suo amato allievo Alfonso Maurizio Iacono usciva di casa, al momento del saluto, si era scoperto a dirgli: chiuditi bene il cappotto, c’è parecchio freddo stasera.

Senza forzare la mano all’intimismo, che in nessun modo riguardava Gargani – prova ne sia la scrittura di Sguardo e destino [Laterza, Roma-Bari 1988], nonostante le incomprensioni e gli usi impropri che spesso non ne hanno riconosciuto il valore di straordinaria testimonianza filosofica – Iacono inizia il contributo all’importante e meritorio gruppo di saggi che la rivista aut aut [n.393; marzo 2022] dedica al filosofo suo maestro, con una nota personale. Quella nota assume uno spessore e una rilevanza che parla di Gargani e della sua ricerca per abitare quello spazio creaturale che si colloca irriducibilmente tra il pensiero e la vita. Oltre ogni cerimoniale della scienza e criticando ogni feticcio epistemologico. Posizione che molto gli sarebbe costata in termini di un’emarginazione e una distrazione per uno dei più importanti filosofi del ‘900, che tuttora persiste.

Abitare il rischio del pensiero, in modo vibrante e febbrile, è la distinzione del percorso di vita e ricerca di Gargani.

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Andrea Zhok: Esercizi di sovrastrutturalismo

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Esercizi di sovrastrutturalismo

di Andrea Zhok

Il ministro dell’Istruzione Bianchi ha un sogno (anche i competenti sognano): vuole che tutti gli studenti e i docenti cantino all’unisono l’Inno d’Italia in tutte le scuole del Regno, pardon, della Repubblica.

Ecco, perché questa sciocchezza merita un’osservazione supplementare? Perché è un indice significativo di qualcosa di sciocco sì, ma pericoloso.

Cosa dovrebbe pensare di ciò ogni frequentante la scuola pubblica, e non villeggiante a Capalbio? Rispetto ad una scuola cui manca tutto, dagli spazi, alle infrastrutture, ai docenti, ai programmi, alla ormai proverbiale carta igienica, rispetto ad una scuola che risulta sempre meno attrattiva sia per gli studenti, sia per i docenti, rispetto ad una scuola uccisa da un fiume di misurazioni del nulla e di premialità del niente, mentre i livelli formativi affondano da decenni, rispetto a una simile catastrofe, cosa sogna il ministro?

Il coretto mattutino sull’Inno nazionale.

Ma attenzione a ridere, la dinamica di questo tipo di istanze è enormemente insidiosa.

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Giulio Di Donato: Facciamo come in Francia?

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Facciamo come in Francia?

di Giulio Di Donato

Mentre si celebra giustamente l’ottimo risultato conseguito da Mélenchon alle elezioni legislative in Francia, in molti nel nostro Paese si chiedono: qui in Italia ci sono le condizioni per replicare l’operazione politicamente riuscita di Mélenchon, che si è presentato alla guida di una coalizione larga e unitaria di sinistra?

La risposta, a modesto avviso di chi scrive, non può che essere scettica. Innanzitutto per le specificità dei due contesti e per la diversa e originale configurazione che la “sinistra” di Mèlenchon ha assunto nel corso degli anni.

Il quadro politico fra i due Paesi, come è evidente, è assai diverso e minore è lo spazio a disposizione per replicare con successo lo schema lanciato dal leader francese: il Partito democratico non ha subito lo stesso tracollo dei socialisti francesi, ma tiene a livello di consensi.

Quando si tentano facili parallelismi, andrebbero poi ricordate evidenze spesso rimosse: come è noto, negli anni Mélenchon, vero animale da campagna elettorale, ha fatto suoi temi e parole d’ordine estranee al vocabolario tradizionale usato dalle forze di sinistra (dalla valorizzazione del nesso questione nazionale, questione democratica e questione sociale alla critica dell’uso politico-mediatico delle emergenze e della logica da caccia alle streghe alla base dei ben noti green-pass) e non ha mai disprezzato, contro ogni forma di aristocraticismo perbenista, mobilitazioni ben poco “educate” come quelle dei gilet gialli.

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Fabrizio Casari: Summit Americhe tra sordi e muti

altrenotizie

Summit Americhe tra sordi e muti

di Fabrizio Casari

Lanciato con roboanti quanto banali slogan, a Los Angeles si è aperto il Vertice delle Americhe. Giù il sipario, a Los Angeles va in onda uno show mal riuscito, una manifestazione retorica e inutile nel più perfetto stile yankee, dove ai palloncini e alle majorettes si sono sommati appelli al continente perché confermi la sua fedeltà a Washington. Lo scenario è imbarazzante: i paesi assenti superano per peso politico i presenti e la feccia golpista raccattata tra Cuba, Nicaragua e Venezuela, fatta di finti presidenti, falsi democratici, autentici assassini e inesistenti partiti, girovaga in una questua poco dignitosa.

Nella doppia veste di formale anfitrione e sostanziale padrone, il Presidente USA, Joe Biden, ha inaugurato il vertice e, francamente, il suo discorso è apparso come l’annuncio di un ripiegamento statunitense sul continente. Una presa d’atto dell’impossibilità di sostenere una sfida globale per la leadership planetaria senza prima rinforzare la presenza e influenza in quello che continuano a immaginare come il giardino di casa, che meglio sarebbe però identificare come suo retroterra e deposito dell’accumulo di forza.

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Alessandro Volpi: Nuova austerità, tagli alla spesa, rientro dal debito. Come tornare al 2011 e farsi male

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Nuova austerità, tagli alla spesa, rientro dal debito. Come tornare al 2011 e farsi male

di Alessandro Volpi*

Stiamo rischiando seriamente di tornare al 2011 e a una nuova crisi greca, di dimensioni maggiori. La Banca centrale europea di Christine Lagarde assomiglia sempre più a quella di Jean Claude Trichet e del primo Mario Draghi, ferma in un’ortodossia monetarista quasi ottusa: pare infatti che si voglia reintrodurre l’austerità in piena crisi, come avvenuto durante il biennio 2010-11. L’errore più grande consiste, di nuovo, nel pensare che la moneta non possa essere oggetto di una politica, ma soltanto uno strumento la cui quantità deve essere definita in una “asettica” sede tecnica, qualificata in base a situazioni di mercato definite soltanto sulla carta. La Bce per sua natura e struttura ha il compito di coltivare l’indipendenza dalla politica e perseguire target specifici a partire dal 2% di inflazione media. Così facendo, però, si riproducono i disastri del recente passato senza capire peraltro che già il solo annuncio dell’austerità ha generato, subito, la speculazione finanziaria sulle assicurazioni contro i rischi del debito dei Paesi più in difficoltà e il decollo dei prezzi dei derivati che scommettono sull’impennata degli spread.

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Alessandro Volpi: Nuova austerità, tagli alla spesa, rientro dal debito. Come tornare al 2011 e farsi male

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Nuova austerità, tagli alla spesa, rientro dal debito. Come tornare al 2011 e farsi male

di Alessandro Volpi*

Stiamo rischiando seriamente di tornare al 2011 e a una nuova crisi greca, di dimensioni maggiori. La Banca centrale europea di Christine Lagarde assomiglia sempre più a quella di Jean Claude Trichet e del primo Mario Draghi, ferma in un’ortodossia monetarista quasi ottusa: pare infatti che si voglia reintrodurre l’austerità in piena crisi, come avvenuto durante il biennio 2010-11. L’errore più grande consiste, di nuovo, nel pensare che la moneta non possa essere oggetto di una politica, ma soltanto uno strumento la cui quantità deve essere definita in una “asettica” sede tecnica, qualificata in base a situazioni di mercato definite soltanto sulla carta. La Bce per sua natura e struttura ha il compito di coltivare l’indipendenza dalla politica e perseguire target specifici a partire dal 2% di inflazione media. Così facendo, però, si riproducono i disastri del recente passato senza capire peraltro che già il solo annuncio dell’austerità ha generato, subito, la speculazione finanziaria sulle assicurazioni contro i rischi del debito dei Paesi più in difficoltà e il decollo dei prezzi dei derivati che scommettono sull’impennata degli spread.

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Leonardo Masella: Il mondo nuovo non verrà con un pranzo di gala

cumpanis

Il mondo nuovo non verrà con un pranzo di gala

di Leonardo Masella*

IMG 20220614 174734Il conflitto in corso in Ucraina non è una guerra locale, sia pure nel cuore dell’Europa, ma è una guerra mondiale dell’imperialismo americano contro la Russia e la Cina, “una guerra a pezzi” come spesso negli anni scorsi l’ha definita il Papa, o a tappe, che ora sta toccando il suo punto più alto (finora), più cruento e pericoloso. Il passaggio da un mondo unipolare dominato dagli Usa e dal dollaro ad un mondo multipolare non è e non sarà un pranzo di gala, parafrasando Mao, per la rivoluzione. Questa in corso è una rivoluzione, una rivoluzione mondiale, un passaggio epocale, uno spartiacque della storia, dopo di che tutto ne uscirà cambiato. Ne usciranno cambiati gli Usa, finalmente ridimensionati ad una potenza più o meno come le altre, non più gendarme del mondo; ne uscirà cambiata l’Europa con la fine della Ue e forse con un nuovo polo europeo fra quegli Stati che saranno in grado di dire NO agli Usa; ne uscirà cambiata la Russia, più vicina alla Cina sia nei rapporti diplomatici e commerciali sia nel modello di economia mista pubblico-privato a direzione statale; ne usciranno cambiati i paesi che facevano parte del Patto di Varsavia i cui popoli torneranno ad avvicinarsi alla Russia dopo un ventennio di sbornia liberista, anti-comunista e anti-russa; ne usciranno cambiati i paesi del Sud del mondo sfruttati e oppressi da secoli di colonialismo; ne usciranno cambiate le classi sfruttate nel capitalismo sviluppato; ne uscirà cambiata la coscienza del mondo.

Chi vive dentro le fasi storiche di cambiamento non ne è mai pienamente consapevole. Noi non siamo pienamente consapevoli che stiamo vivendo una fase storica di cambiamento epocale, rivoluzionario, del mondo, una delle fasi più rivoluzionarie della storia dell’umanità. Un cambiamento di doppia grandezza e importanza.

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Alessandro Montebugnoli: Tempesta perfetta o caos sistemico?

fuoricollana

Tempesta perfetta o caos sistemico?

di Alessandro Montebugnoli*

Cambiamento climatico, fame e carestie, conflitti armati, iniquità globali. Ma l’imperativo non può essere combattere i sintomi, bensì le cause attraverso una nuova forma di egemonia multilaterale e cooperativa

6 Guerra e sostenibilità ecologica. La guerra in Ucraina va ad aggiungersi ai tanti conflitti armati sparsi nel mondo, e i conflitti si aggiungono alla crisi alimentare e a quella climatica. Ma gli effetti non sono additivi, bensì moltiplicativi, così che i paesi simultaneamente affetti da due o tre crisi fanno registrare livelli di denutrizione fino a 12 volte maggiori di quelli dei paesi affetti da uno solo. Tanto più elevati i livelli di diseguaglianza di un paese, tanto più frequenti le crisi multiple e più gravi gli effetti moltiplicativi. I fattori all’origine dell’attuale, spaventosa, crisi alimentare non vanno considerati in modo isolato: l’essenziale sta piuttosto nei processi di reciproco rafforzamento. Le crisi dipendono dalle condizioni di disordine globale, nel senso che queste ultime sono l’esatto opposto di un quadro idoneo ad affrontarne le cause, alle quali, piuttosto, lasciano campo libero. Se la responsabilità dell’invasione dell’Ucraina ricade sulla Russia di Putin, lo stesso non può dirsi del quadro delle relazioni globali nel quale quella scelta ha preso corpo. Ed è di questo che occorre ragionare.

 

Iniquità globali

È cosa nota che la seconda metà degli scorsi anni Dieci ha segnato una pesante battuta di arresto sulla strada della lotta contro la fame. E così, anche, non siamo certo i primi a osservare che la guerra in Ucraina è venuta a esacerbare un problema già presente in forma acuta. In modo particolarmente incisivo, per esempio, lo ha fatto il direttore esecutivo del World Food Program, David Beasley: “Conflitti, crisi climatica, Covid 19 e costi crescenti del cibo e dei combustibili avevano già creato una tempesta perfetta – e adesso abbiamo la guerra in Ucraina, ad aggiungere una catastrofe in cima a una catastrofe”.

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Gianluca Solla: Agamben. Tutto è reale

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Agamben. Tutto è reale

di Gianluca Solla

51w6UMXcwYLNon credo di essere il solo ad aver sempre amato nei libri di Giorgio Agamben la finezza con cui gli argomenti vengono prima posti e poi svolti, mediante riferimenti spesso sorprendenti. Da Walter Benjamin, di cui è stato curatore in Italia, Agamben pare aver appreso al meglio l’arte di coltivare percorsi all’apparenza marginali, ma che finiscono per andare al cuore delle questioni. Non sorprende, in un certo senso, che un lavoro teorico di tale finezza abbia spesso scontato un’accoglienza fredda, nonostante la sua ottima collocazione editoriale. Questa non-accoglienza, modesta quanto i suoi detrattori, ha significato dover passare dalla ricezione all’estero prima di ricevere attenzione nelle discussioni nella lingua in cui quei lavori erano originariamente scritti.

Un’altra caratteristica speciale dei suoi libri – penso in particolare al ciclo di Homo sacer – è sempre stata l’idea di costruire delle parti che si trovano a occupare una posizione eccentrica, ma strategica, rispetto al resto del libro. A queste sezioni, redatte in uno stile differente, viene solitamente affidata una funzione difficile da definire, ma essenziale rispetto all’argomento trattano. Accade così per i passi del progetto Homo sacer indicati da un alef (ℵ), che costituiscono come delle aperture improvvise di prospettiva rispetto a quanto il discorso andava sviluppando. O si pensi al Prologo iniziale di L’uso dei corpi (Homo sacer IV/2), dedicato alla figura di Guy Debord e alla sua vita, in un certo senso eterogeneo e, al tempo stesso, perfettamente calibrato rispetto alle finalità della ricerca (poi Debord non tornerà più all’interno di tutto il testo, se non en passant un’unica volta).

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Fabio Mini: Donbass, strage utile agli Usa

fattoquotidiano

Donbass, strage utile agli Usa

di Fabio Mini

Mentre le truppe russe avanzano lentamente verso il Dnepr e quelle ucraine arretrano, si fa sempre maggiore il rischio che una grande massa delle forze armate ucraine rimangano intrappolate e siano costrette alla resa. In una guerra di questo tipo, convenzionale e per certi versi “arcaica”, il rischio è reale e forse è anche lo scopo tattico che si sono prefissati i russi. L’immissione in combattimento di vecchi carri armati, l’avvicendamento dei reparti combattenti, le predisposizioni logistiche in vista di un allungamento del braccio dei rifornimenti, la limitazione del sostegno aereo e l’impiego degli esuberi di munizionamento della Marina, indicano che la Russia sta consumando tutto il ciarpame della Guerra fredda e si sta riarmando per uno scontro più moderno e tecnologico e soprattutto più strategico che tattico. Quando e se affluiranno gli armamenti pesanti e i missili promessi dall’occidente, potrebbe essere il momento per il salto di qualità. Da parte sua, lo Stato Maggiore ucraino ha già emanato gli ordini di arretramento e di irrigidimento sulla sponda occidentale del Dnepr. Molte unità logistiche e le artiglierie a lunga gittata sono già oltre il fiume.

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Miguel Martinez: Anche tu, sbirro volontario per i padroni?

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Anche tu, sbirro volontario per i padroni?

di Miguel Martinez

Nella premessa, ricordiamo brevemente che cos’è la Alexa di Amazon.

Nel seguito, vediamo in azione la Mozilla Foundation, che un tempo era un covo di nerd coraggiosi e pronti a denunciare i monopoli informatici. E che oggi invita i suoi amici a diventare sbirri volontari per conto dei padroni, in nome, come vedremo, dell’inclusione.

Credo che dica più o meno tutto ciò che ci sia da dire sul ruolo dei Progressisti dei nostri tempi.

Amazon è una Persona Giuridica che in Europa riesce a far fuori chiunque, anche perché la sua sede lussemburghese non paga tasse, a differenza della cartolaia Costanza di Via Sant’Agostino.

Amazon è una società quotata in borsa, i cui principali azionisti – Blackrock e Vanguard – sono i principali azionisti di praticamente qualunque altra cosa al mondo. Eccovi un piccolo assaggio:

  • la Apple, la Microsoft, Alphabet (Google), Meta (Facebook);
  • i circuiti finanziari e bancari come Visa e Morgan Chase;
  • la Exxon e tutte le principali imprese di energia del mondo;
  • la Pfizer con tutto ciò che implica;
  • la PepsiCola e la CocaCola e la Disney…

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Elena Viganò: Guerra e sostenibilità alimentare globale

fuoricollana

Guerra e sostenibilità alimentare globale

di Elena Viganò

La fame non è una calamità naturale, ma la conseguenza dell’ascesa di un paradigma produttivistico applicato all’agricoltura che ha generato malnutrizione, molteplici esternalità negative, amplificate dal cambiamento climatico

Nell’attuale contesto di (seconda) guerra europea, dopo i conflitti mondiali del secolo scorso, il tema della sicurezza alimentare è di drammatica attualità. Non che i dati sulla malnutrizione e sulla fame, a leggerli bene, siano mai stati forieri di speranza, ma la situazione sembra stia assumendo i contorni di quella che in molti stanno definendo una “tempesta perfetta”. Una serie di eventi a cascata, quindi, che rischiano di trascinare milioni di persone verso una vera e propria catastrofe.

 

Cosa sta succedendo?

Russia e Ucraina sono attori determinanti nei mercati internazionali di mezzi di produzione e di prodotti agricoli “strategici”, soprattutto seminativi. La Russia, in particolare, è un importante esportatore di combustibili e input chimici di sintesi. Inoltre, Ucraina e Russia producono, insieme al Kazakistan, circa un quarto dell’offerta mondiale dei cereali e sono tra i primi tre esportatori mondiali di grano, mais e olio di girasole.

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Gabriele Guzzi e L’Indispensabile: Crisi o apocalisse? l’Italia alla prova della BCE

lafionda

Crisi o apocalisse? l’Italia alla prova della BCE

di Gabriele Guzzi e L’Indispensabile

Il 9 giugno 2022[1] la Bce ha annunciato l’inizio di quel percorso che il governatore Lagarde ha definito “normalizzazione della politica monetaria”. Contraddicendo le previsioni fatte solo a gennaio, la Bce ha deciso un aumento dei tassi d’interesse di 25 punti base a luglio, un rialzo ulteriore – probabilmente di 50 punti base – a settembre, la conclusione del programma di acquisto netto di titoli, il cosiddetto APP, dal 1° luglio. Per quanto riguarda i titoli in scadenza, sia del programma APP che del PEPP – il programma emergenziale avviato a seguito della pandemia – la Bce assicurerà un pieno reinvestimento “for an extended period of time” per il primo, e almeno fino alla fine del 2024 per il secondo. Il riacquisto dei titoli avverrà “con flessibilità”. In parole più chiare: la Bce è disposta a deviare temporalmente dal capital key (acquistando più titoli dei paesi in difficoltà) per tenere sotto controllo gli spread. Basterà questo a tenere a bada i mercati? Sembra proprio di no.

Per comprendere il significato di questa decisione storica, primo aumento dei tassi dopo 10 anni, la si deve inquadrare all’interno delle tre crisi che stiamo attraversando: mondiale, europea, italiana.

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