Fulvio Grimaldi: “URSS-Russia: cosa s’è perso, cosa s’è salvato”

Se non ci fosse Putin… Incontro su Byoblu e altre storie

https://www.byoblu.com/2021/12/26/la-dissoluzione-dellimpero-speciale-30-anni-dalla-fine-dellunione-sovietica/

Lasciate che i bambini vengano a me

Occuparsi del crollo e del disfacimento dell’Unione Sovietica, un’apocalissi che ha rischiato di consegnare l’umanità a un Potere unico, incontrollato, dispotico, corrotto, transumano, genocida e falsario, poteva persino sembrarci la fuga in un’oasi di realtà, normalità, razionalità, rispetto alla morta gora in cui tutti siamo costretti. Complessivamente, per un pomeriggio, tra preparazione, registrazione e poi visione, grazie a Byoblu e al conduttore Edoardo Gagliardi, abbiamo potuto vivere cose vere, concrete, dure e logiche come pietre. Io, Dinucci e Fracassi. E per un po’ siamo sfuggiti alla “Horror Virus Sars-Cov-2 con tampone Picture Show” di Mentana e tutti gli altri. E anche alla negazione della Storia, cui tanto tiene il caporalato che ci tiene agli arresti.

Siccome lo show must go on, e soprattutto questo Horrow Show, già a 730 repliche solo per cominciare, con costanti adattamenti e  integrazioni da grandi creativi, siamo arrivati al colpo di teatro da fulminare chiunque, soprattutto quelli tra i 5 e gli 11 anni. Già. E dopo più  di 730 repliche, in tonitruante crescendo, della Compagnia del Virus con papà Tampone Farlocco e mamma Sierogenica, a salvataggio del Natale hanno prodotto il miracolo. Abbiamo quanto passerà alla Storia come l’umiliazione  di “Notte Silente“, “Tu scendi dalle Stelle“, “So this is Christmas” di John Lennon, e perfino “White Christmas” (ci vuole poco).

Qualunque posto è meglio

Più di 730 repliche con variazioni le più immaginifiche, potè l’epifania, quasi un’anticipazione dei Tre Re Magi sotto Stella Cometa, di “Bassetti and friends”. Una triade di rincalzo a quella originale, oggi un po’ consunta, di “Draghi and friends” (Mattarella, Bergoglio). Ci ha definitivamente convinto che scampo non ce n’è. Che qualsiasi Brasile di qualsiasi Bolsonaro, qualsiasi Repubblica Centroafricana con ancora Bokassa, qualsiasi Gaza, ogni due per tre polverizzata e bruciata col fosforo dagli eletti degli eletti, qualsiasi popolo sovietico masticato vivo da Eltsin, USA e papi, sarebbero stati un rifugio accettabile.

S’imponevano, a questo, punto, anche la Tasmania con il suo diavolo rotante, anche i gironi di Dante, anche i campi di Mengele, pur di sfuggire alla sublime  aberrazione morale, estetica, culturale, sanitaria, oltrechè musicale e linguistica, di tre saltimbanchi da angiporto. Orchi pedofobi, che a tempo perso fanno i medici in TV. Che oscenamente si sono messi a gracchiare, con la complicità di un apparato mediatico che ha ridotto la popolazione a commuoversi per presidenti draghi. Draghi, ma soprattutto commoventi “nonni”, col regalo natalizio a punta di titanio. Tre virologi made in Bill Gates per una generazione nata tra il 2010 e che deve essere svuotata di sè a forza di  scempiaggini tanto idiote e melense, quanto criminalmente ricattatorie.

Poi rilevi, come da valutazione “H” a punti di medici e scienziati, universalmente riconosciuta e fondata su lavori pubblicati, risultati di ricerca, riconoscimenti ottenuti, che i tre stonati dell’astuta trappola “Un giorno da pecora”, stonati sono non solo in fatto di note. Il loro punteggio complessivo (intorno ai 20-30) non raggiunge un terzo del punteggio dei migliori scienziati italiani e stranieri (sopra i 120-150). I quali, quasi tutti, stanno su posizioni diametralmente opposte rispetto alla gestione della cosiddetta pandemia.

L’inverno del nostro degrado e della loro vergogna

Una generazione intera è stata, dal magnete televisivo e dagli psico-tecno-gendarmi della dittatura, con spot uguali ai richiami artificiali che i cacciatori lanciano ai fringuelli da polenta, avviata all’annientamento di sé nel postumanesimo digitale. A questo mirava l’affronto all’umanità infantile dei tre ripugnanti buffoni imbonitori, questo sputtanamento totale e definitivo, questo sprofondamento in una volgarità cerebrocida, che neanche il peggiore Pride potrà mai uguagliare, di una categoria che sta a Ippocrate come i Rothschild stanno alla giusta distribuzione della ricchezza..

E quale emoticon vogliamo mettere a commento di un popolo  che vede decerebrare i suoi bambini da quegli immondi imbroglioni, con la scusa che poi avrebbero potuto giocare, lietamente avviandosi alle successive dosi che ne avrebbero segnato il destino, visto che più si spara siero genico nei corpi e più la marea dilaga e più si muore? Quale emoticon per un popolo che, nella sua maggioranza, non batte ciglio, non da fuoco alla Bastiglia, non invade il Palazzo d’Inverno, non chiama il Trio Lescano a fare da plotone d’esecuzione?

C’è un giudice a Berlino?

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La Russia di Putin tra stop and go

Nel programma di Byoblu abbiamo parlato del processo di disfacimento dell’URSS che, nelle intenzioni dei suoi promotori  e complici globalisti, avrebbe dovuto cambiare il mondo e spazzare via ogni residuo ostacolo alla rivincita, in termini di genocidio, del colonialismo. Progetto sventato da Vladimir Putin, per la fortuna dell’umanità, ma oggi ripreso da USA e UE per mandato della Cupola finanziaria, che ha saputo mettere in campo l’arma del bio-tecno-totalitarismo.

Nessuno, a cui la realtà non sia stata totalmente travisata dal concerto mediatico, perlopiù rovesciata nel suo contrario, può mettere in dubbio che, se la globalizzazione è stata bloccata nel suo progetto di annichilire gli Stati Nazione e la loro sovranità, il merito va in prima istanza al governo russo. Non si può dire la stessa cosa per quanto concerne la messa in ordine dei rapporti tra minoranze dominanti e masse dominate attraverso lo strumento del terrore sanitario e del suo ramo repressivo. Anche se la Russia ha evitato di ricorrere agli eccessi che si sono sperimentati in Occidente, a partire dall’Italia, laboratorio conclamato della narcotizzazione/eliminazione di ogni opposizione, anche se ai sieri dei banditeschi Pfizer & Co ha saputo sostituire un farmaco meno bastardo, la partecipazione al festino politico-sanitario c’è stata.

Da Yalta a Damasco

Per quanto circoscritto nella sua portata dai funesti accordi conclusi da Stalin a Yalta con i rigurgiti postbellici dell’imperialismo, l’URSS non negò sostegno, ideologico, politico,  diplomatico – e non solo – ai popoli in lotta di liberazione dal colonialismo. Sullo scempio della ripartizione di Yalta, Mosca gettò il velo dell’Internazionalismo (che, va detto ai confusi, è cosa diversa e opposta  al cosmopolitismo annulla-identità, oggi propugnato dai globalizzatori e perfino da “sinistri” che, in fondo, di sinistra mai furono).

L’abbandono della Yugoslavia, parzialmente socialista, ma fermamente democratica e non allineata, da parte della Russia minata da Eltsin in ogni suo organo, coincide con altri abbandoni di quel periodo di putrefazione indotta: la prima e la seconda guerra all’Iraq, lo stupro della Somalia, lo strangolamento di Cuba, l’assedio all’Iran. Assenze e indifferenze – salvo nella prese di posizione all’ONU – che continuarono anche nei primi anni della presidenza Putin. Probabilmente perchè, dopo le immani devastazione di Eltsin e degli oligarchi, non c’erano ancora le condizioni per affrontare a viso aperto l’avversario. Nè sul piano dei rapporti di forza esterni, nè su quello degli equilibri interni.

Il miracolo della rinascita, giustamente attribuito all’ex-dirigente del KGB, arriva a compimento geopolitico quando la strategia delle “primavere arabe”, colorate di stelle e strisce, più che di arcobaleno, investe la Siria, terzo grande Stato arabo, dopo Algeria, Egitto, Libia. E lo investe addirittura con gli strumenti militari propri e del mercenariato jihadista. L’intervento russo nel 2015, dopo quattro anni di spaventose efferatezze di Al Qaida e dell’ISIS (a ciò addestrate e finanziate dagli USA e dai suoi alleati nella regione), è servito essenzialmente a sostenere la di per sè incredibile resistenza di popolo e forze armate siriane e, quindi, la sopravvivenza di Stato e ordine istituzionale sotto Bashar el Assad (riconfermato ripetutamente presidente a larghissima maggioranza).

La Siria è un’altra cosa

Che ciò non si avvenuto solo pochi mesi prima con la Libia di Gheddafi, non trova facile spiegazione, al di là delle difficoltà logistiche determinate dalla posizione geografica e da un minore interesse per una regione non immediatamente rilevante per il controllo del Medioriente più prossimo all’Asia. Considerazioni forse oggi inattuali, alla luce della recentemente rilevata presenza russa in Libia e della nuova vicinanza tra Russia ed Egitto di Al Sisi, che richiama, anche per altri versi, l’esperienza con Mosca di Gamal Abdel Nasser.

Rimane, questo scenario, sospeso tra certezze e ambiguità. I rapporti con una Turchia manovriera, infida ed arrogante, irriducibile nel suo espansionismo in Medioriente, Africa, Asia e pur sempre forte membro NATO, con obiettivi paralleli a quelli di Israele, sembrano indurre  Putin a mollare su molti fronti. Sui bisogni cruciali della Difesa siriana, cui è negata la vincente difesa aerea S-400 (concessa invece a Erdogan), ponendola così alla mercè delle ininterrotte incursioni aeree di Israele (ultime le due su Latakia, dagli effetti tragici in termine di vite e danni), sulle quali Mosca non alza ciglio.

USA: con Al Qaida, con l’ISIS, con i curdi

E, per quanto riguarda la salvaguardia dell’integrità territoriale della Siria, il gioco del cane e del gatto sulle vaste aree occupate dai turchi e dai loro jihadisti a Idlib, non produce che uno stallo che va sclerotizzandosi a favore dell’invasore. Stesso discorso sulle regioni a Nordest, dove gli occupanti USA hanno compensato i mercenari curdi permettendogli di dilagare su vaste e preziose aree della Siria, in tal modo privata delle sue principali risorse agricole e petrolifere.

 


Curdi pro-USA

Ambiguità che pare ripetersi nei rapporti di un’Iran, che pur compagno d’armi dei russi nella difesa della Siria, vede abbandonate, indifese, ai missili israeliani, le proprie forze impegnate su quel territorio. Nelle ultime settimane, mentre ristagnavano le trattative sul trattato nucleare che Trump aveva cancellato, Israele ha quotidianamente accompagnato i suoi tradizionali attacchi di guerra ibrida all’Iran  (sabotaggi dei centri di ricerca, assassinii di scienziati, attentati nei centri abitati, attacchi cyber, sabotaggi di mercantili nel Golfo) con minacce di guerra aperta, quanto meno alle centrali nucleari iraniane.

Quelli con la bomba contro quelli senza bomba

L’unica potenza militare nucleare del Medioriente pretende di azzerare le ricerche nucleari di un paese che, diversamente da Israele, ha firmato il trattato di non proliferazione nucleare e arricchisce il suo uranio a scopi pacifici, energetici e sanitari (al 20%; per la bomba ci vuole il 90%), come ripetutamente accertato dall’AIEA.

Ebbene, nemmeno a tale plateale discrasia si è visto contrapporre una decisa presa di posizione russa. Anzi, Mosca, causando parecchia irritazione a Tehran, ora che all’arrendevole governo di Rouhani è succeduto uno meno prono alle pressioni occidentali, avrebbe suggerito agli iraniani di non insistere troppo sulle rivendicazioni di un nucleare civile. E, magari, di considerare l’opportunità di chiudere del tutto, o spostare all’estero, le sue centrali.

Tutto questo non è solo segno di ambiguità, ma anche di debolezza. Putin è stato di una bravura sovrumana a rimettere in piedi il suo enorme paese, a fargli ricuperare dignità e benessere, a costituire un contraltare alla violenza e al cinismo dell’imperialismo e della globalizzazione. Non si capisce se gli convenga questa tattica del colpo al cerchio e del colpetto alla botte. Forse il restauratore di un paese che all’80% ha nostalgia dell’URSS e per quasi il 70% insiste a dare il suo apprezzamento al presidente, ha un’idea più precisa di noi di quale sia, per quanto poco visibile, il potere globale della lobby che non va menzionata e di cui un bella parte se la ritrova ancora in seno e un’altra emigrata in Israele.

Bye bye Memorial

Seno peraltro liberatosi in questi giorni di una serpe particolarmente velenosa. Come già fatto in Ungheria, Bielorussia e altri paesi avveduti, la manifestazione della metastasi riconducibile a George Soros e ad altre centrali delle destabilizzazioni, dell’infiltrazione e dei colpi di Stato, è stata felicemente rimossa. Si chiamava “Memorial”, ma poteva anche chiamarsi Amnesty, o HRW, o Save the Children, o UNCHR, o Giulio Regeni, o “il manifesto”, o “Una di meno”, o Greta, o Radio Free Europe…

Restaurando il capitalismo, Gorbaciov ne aveva fatto il megafono per tutte le turpitudini dell’URSS, Eltsin il cantore della dismissione e depredazione del paese. Ora, Putin gli ha spento gli strepiti a favore delle Quinte Colonne CIA, tipo Navalny, o Politovskaya, o terroristi ceceni. “Il manifesto” si dibatte tra singhiozzi e livore. Agli USA e ai verdi tedeschi basta per rispondere al trattato di pace offerto da Putin giorni fa, con una bella concentrazione di missili sui suoi confini. Tanto per non scherzare.

Fulvio Grimaldi

29/12/2021

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