L’autonomia del movimento dei lavoratori per combattere il sistema liberista e affermare i principi costituzionali

Questo testo fa parte di un lavoro che ha per tema “Dopi il PCI”, dedicato alle questioni storiche e di prospettiva in Italia dopo lo scioglimento del partito. Anticipiamo, per motivi di attualità, una parte dedicata alle questioni sindacali.

Nel definire una prospettiva strategica che faccia perno sui principi costituzionali, fondamentale è la partecipazione e l’apporto del movimento dei lavoratori. La cosa può sembrare ovvia, ma in realtà si tratta di affrontare un passaggio concreto della situazione italiana che possa dare forza alla prospettiva politica.

  Come abbiamo già sottolineato, due sono stati gli avvenimenti che hanno creato un grande vuoto nell’area popolare e progressista: non solo la liquidazione del partito comunista, ma anche l’ingresso del sindacato di classe, la CGIL, nell’area consociativa del sistema liberista. La trasformazione del sindacato risale come è noto agli anni ’70 del secolo scorso, ma la questione si ripropone nella fase attuale e rappresenta un macigno che, se non viene rimosso, blocca ogni possibilità di cambiamento. E non solo perchè le condizioni salariali e sociali dei lavoratori sono un dato fondamentale per definire quella democrazia fondata sul lavoro delineata dalla costituzione, ma anche e soprattutto perchè la forza fondamentale su cui si basa la possibilità di trasformazione sociale deriva dal loro apporto.

  Quando parliamo della massa dei lavoratori dipendenti di cui ci proponiamo di modificare le condizioni dobbiamo tener conto di due questioni, una strutturale, relativa al tipo di rapporti di lavoro oggi dominanti, l’altra che riguarda il ruolo delle confederazioni sindacali consociative che detengono il monopolio contrattuale e rappresentativo e condizionano pesantemente il comportamento dei lavoratori. Lo squilibrio nei rapporti di forza attuali tra difesa del sistema liberista e necessità di un cambiamento sociale parte da queste due questioni.

  La condizione strutturale in cui si trovano oggi i lavoratori è il prodotto combinato della sconfitta operaia degli anni ’70 e delle trasformazioni intervenute dopo di allora nel tipo di rapporti di lavoro che sono stati instaurati. La sconfitta operaia è stata anche il frutto della rinuncia dei sindacati confederali a difendere i livelli salariali (a partire dalla scala mobile), i rapporti giuridici (introduzione del precariato) e i modelli produttivi (delocalizzazioni e decentramento). Da lì è partito quel grande sconvolgimento che, collegato ai processi di globalizzazione dell’economia e di innovazione tecnologica e informatica, ha modificato la condizione dei lavoratori come classe e indebolito le loro potenzialità di difesa. Contratti a termine, partite IVA, lavoro interinale, abolizione dell’art. 18 sui licenziamenti, uso della manodopera straniera ricattata e spesso in nero, aumento della disoccupazione, creazione di cooperative fasulle, di appalti e subappalti, hanno creato una condizione difficile per la ricomposizione della forza contrattuale dei lavoratori.

  A questa condizione negativa si deve aggiungere, come si è detto, il monopolio della contrattazione e della rappresentanza da parte dei sindacati confederali consociativi, nonché l’introduzione di una la normativa che regola il diritto di sciopero, soprattutto nel pubblico impiego e nei servizi. Analizzando l’effetto combinato di tutti questi fattori ci si può ben rendere conto di quanto sia difficile la condizione da cui si parte per modificare le cose. In termini più generali abbiamo assistito, com’è evidente, non solo al crollo della rappresentanza politica dei lavoratori, garantita per decenni dal partito comunista, ma anche al venir meno della tradizionale difesa sindacale e di classe.

  La rimonta e il suo necessario collegamento col progetto di un fronte politico costituzionale passa dunque dall’individuazione di un percorso che sia in grado di riportare il protagonismo dei lavoratori a pesare sulle prospettive politiche generali.

  Non siamo all’anno zero di questo percorso. Se consideriamo quello che è avvenuto dagli anni ’70 sul terreno delle lotte e della spinta a recuperare l’autonomia di classe dei lavoratori, possiamo constatare che momenti di resistenza ci sono stati e in alcune fasi in misura anche abbastanza diffusa. Queste esperienze ebbero all’epoca anche una provvisoria sedimentazione organizzativa in strutture come i comitati unitari di base che costituirono un forte ostacolo alla normalizzazione del consigli di fabbrica elettivi, che si andavano trasformando in organismi sotto tutela da parte delle organizzazioni confederali consociative. Nonostante la loro rilevanza però queste esperienze importanti di resistenza operaia non si saldarono con una direzione adeguata che ne consentisse un passaggio successivo tale da incidere profondamente sugli indirizzi consociativi delle confederazioni Cgil-Cisl-Uil e costituire un’alternativa. Anzi, la spinta all’autonomia di classe subì l’influenza del clima politico degli anni ’70: da una parte le forme di radicalismo dei gruppi politici costituitisi sulla spinta del movimento del ’68 che influenzavano le avanguardie di fabbrica senza portare le lotte a uno sbocco, dall’altra la formazione di un’opposizione sindacale moderata e istituzionale che finì per rappresentare la copertura ‘di sinistra’ delle confederazioni consociative, integrandosi nel loro sistema di potere. Questo non ha certo contribuito a rafforzare l’autonomia contrattuale dei lavoratori.

  Un’autonomia di interi settori del lavoro dipendente riprese a svilupparsi in forme ampie solo dopo gli anni ’80, ma questa volta interessò il pubblico impiego e i servizi, con l’eccezione dell’area milanese dei metalmeccanici rimasti legati all’ex dirigente Cisl Tiboni, espulso dal suo sindacato perchè si opponeva alla normalizzazione consociativa. E’ in questa seconda fase che, dato anche il carattere verticale, di categoria, delle vertenze che si andavano aprendo, si consolidò, anche se in forme e in tempi diversi, una progettualità sindacale indipendente. Pionieri di queste nuove esperienze furono le Rappresentanze sindacali di base del pubblico impiego e dei servizi che nel parastato, dove erano nate, conquistarono in breve tempo la ‘maggiore rappresentatività’ cioè il diritto alla contrattazione di categoria; i Cobas della scuola che aprirono un fronte importante di lotta e i macchinisti delle Ferrovie dello stato che, costituendo il COMU, raggrupparono in modo compatto il settore.

  Queste tre strutture pur avendo assunto una dimensione nazionale e una capacità di azione sindacale autonoma, avevano però anche caratteristiche che le differenziavano e condizionarono le scelte future in un senso diverso da quello unitario che sarebbe stato auspicabile.

  Il COMU, il comitato macchinisti uniti, era una struttura sindacale settoriale delle Ferrovie dello Stato, che potremmo definire un sindacato corporativo, anche se di sinistra, e per questa sua caratteristica non aveva neppure ramificazioni nel resto della categoria e alla fine confluì in un sindacato di ben altra matrice, l’ORSA, nato dalle ceneri dei vecchi sindacati autonomi di categoria.

  Il COBAS scuola, essendo costituito da insegnanti, si è andato configurando prima come movimento politico-sindacale da cui una parte si è distaccata per dar vita a un sindacato corporativo, la Gilda, mentre il resto ha costituito la Confederazione dei Cobas.

  Diversa invece la caratteristica delle Rappresentanze sindacali di Base. Nate nel settore del precariato e degli appalti INPS (precari della legge 285 sulla disoccupazione giovanile e dipendenti di cooperative di servizi), essendo legate all’esperienza dell’Organizzazione Proletaria Romana, presente in alcune fabbriche metalmeccaniche, nei comitati popolari della periferia romana e nel grande movimento per la casa sorto dopo gli anni’70, da subito hanno espresso un indirizzo più articolato e per certi versi più ambizioso, puntando a una federazione di rappresentanze sindacali di base di tutti i settori, pubblici e privati. Questa impostazione portò a una prima fusione con i metalmeccanici milanesi fuoriusciti dalla Cisl.

  L’esempio della formazione dei primi sindacati indipendenti mise in moto, soprattutto dopo gli anni ’90, un susseguirsi di altre esperienze di sindacalismo di base, prevalentemente di natura locale che, aldilà delle sigle, oggi rappresentano una sorta di galassia, la galassia del sindacalismo di base, che però si è andata sviluppando nel tempo con caratteristiche divisive e di concorrenza tra le diverse sigle. In vari luoghi di lavoro il sindacalismo che si definisce di base è arrivato al paradosso di dar luogo a strutture differenziate e a proclamare scioperi ‘generali’ senza tener conto sostanzialmente dell’opinione dei lavoratori, evidenziando così il carattere più che altro virtuale delle iniziative. L’esser arrivati recentemente a capire che bisogna ragionare con una logica unitaria, almeno negli scioperi generali, è stato certamente un passo avanti, ma non ha risolto le questioni di fondo che noi riteniamo siano altre e che, nella prospettiva di un fronte politico costituzionale che vede l’autonomia dei lavoratori dal consociativismo liberista come un architrave della sua strategia, vanno necessariamente affrontate.

  In termini di analisi bisogna innanzitutto prendere atto, studiandone anche le ragioni, del fatto che l’obiettivo fondamentale – ridare cioè autonomia al movimento dei lavoratori – non è stato affatto raggiunto. La gestione delle trattative, così come il controllo sindacale della stragrande maggioranza dei lavoratori pubblici e privati sono rimasti saldamente in mano alle confederazioni consociative. Di chi è la responsabilità di questo risultato negativo? Quanto pesano i dati oggettivi e quanto gli errori di chi ha lottato contro il consociativismo e per l’autonomia di classe?

  E’ indubbio che la situazione attuale, il consociativismo, è uno strumento importante in mano al padronato. Con esso si assicura una stabilità delle relazioni sindacali e quindi una sostanziale pace sociale, ma soprattutto si permette al padronato di non correre rischi nella pianificazione della produzione e delle condizioni della concorrenza. E’ per questo che, ad eccezione di alcuni sindacati gialli che si prestano a firmare contratti di comodo, dal punto di vista contrattuale non viene lasciato spazio a nessuna rappresentanza sindacale che sia fuori da quelle regole. In questo modo Cgil, Cisl e Uil possono esercitare il loro monopolio della contrattazione e consolidare la posizione di sindacati maggiormente rappresentativi.

  I presupposti per modificare questa situazione furono certamente posti con la decisione di creare sindacati di base che rivendicavano l’autonomia contrattuale e e la libertà di associazione e di sciopero. Da questo punto di vista possiamo dire che una rottura col passato, in termini positivi, c’è stata ed è anche stata il supporto di molte lotte. Ma sulle questioni sostanziali non si è andati molto più avanti.

  Tra i fattori negativi che hanno pesato nella costruzione del sindacalismo di base c’è stato il clima politico post-sessantottesco che coi suoi cattivi profeti ha creato un clima di radicalismo rivendicativo spesso slegato dalla realtà. La nuova e importante esperienza che contrastava il consociativismo ha subito infatti il condizionamento di modelli anarcosindacalisti, accentuando in modo ideologico scelte che andavano invece ponderate sul piano dei rapporti di forza e della effettiva partecipazione dei lavoratori alle lotte. Si è arrivati così a vedere inevitabilmente l’albero e non la foresta.

  Per ovviare a questa evidente realtà e uscire dall’isolamento, l’esperienza del sindacalismo di base si è orientata verso i settori della marginalità e della precarietà del lavoro. Cooperative della logistica, settori di precariato anche pubblici, salariati extracomunitari nell’agricoltura, rider ecc., dove la copertura sindacale delle confederazioni consociative era inesistente o quasi essendo molto più complicato gestirla. Anche qui però, vista la rilevanza che il problema andava assumendo, le ‘istituzioni’ si sono mosse con una convergenza di parasindacalismo e di assistenza sociale, recuperando spazio.

  Certamente oggi l’organizzazione dei lavoratori non può seguire solamente il modello classico della fabbrica, ma deve tener conto dell’articolazione della produzione e della distribuzione dei prodotti; è anche vero allo stesso tempo che un’azione sindacale efficace deve tener conto del complesso del lavoro dipendente e puntare a una difesa complessiva, evitando di essere marginalizzati sulla falsariga dei modelli produttivi imposti dal padronato.

  Riguardo al rapporto tra progetto di Fronte Politico Costituzionale e lavoratori, alla luce delle considerazioni fatte finora ci sono due ordini di problemi da chiarire: quelli relativi ai principi costituzionali sui diritti di associazione sindacale, di sciopero e di rappresentanza contrattuale e quelli che attengono al modo con cui condurre l’azione che recuperi l’autonomia dei lavoratori ridando loro il ruolo di protagonisti, nella contrattazione come nella rappresentanza.

  Sulle questioni costituzionali relative ai diritti dei lavoratori, l’indirizzo liberista di questi decenni, con la copertura delle confederazioni consociative, ha cercato di imporre un orizzonte che considera i rapporti tra Cgil-Cisl-Uil, governi e padronato come il terreno su cui si esauriscono le libertà sindacali. Questa visione delle cose è profondamente anticostituzionale ed è per questo che la questione sindacale parte proprio dai diritti costituzionali. Su questo punto infatti ci sono tre cose fondamentali da mettere in chiaro: il diritto di organizzazione sindacale sui posti di lavoro, il diritto di sciopero e, dato il suo carattere erga omnes, il diritto dei lavoratori di controllare la contrattazione.

  Da parte padronale e delle forze liberiste il riconoscimento di questi principi viene negato, ma questo vale anche per le altre parti essenziali della Costituzione che hanno un valore sociale, quindi ci troviamo di fronte allo stesso atteggiamento su cui la battaglia è aperta. Nel caso specifico si tratta:

  1) del diritto dei lavoratori a organizzarsi sui posti di lavoro. Su questo punto, nel corso degli anni e in varie situazioni, si è riusciti ad aprire un varco nel monopolio della rappresentanza dando vita a strutture del sindacalismo di base. A questo però non corrisponde una agibilità sindacale effettiva e il riconoscimento è puramente formale. Inoltre verso i sindacati scomodi pesa la spada di Damocle delle rappresaglie dei datori di lavoro e per questo esiste la necessità di una forte difesa legale e di solidarietà politica;

  2) del diritto di sciopero. La Costituzione prescrive che sia libero ma vada esercitato nell’ambito delle leggi che lo regolano, ma le norme adottate in proposito tendono a depotenziarne l’efficacia per cui resta aperto lo scontro per rendere efficace l’azione di lotta dei lavoratori;

  3) il controllo della contrattazione passa di fatto attraverso i sindacati consociativi maggiormente rappresentativi e quindi i titolari degli effetti degli accordi sindacali, cioè i lavoratori, non hanno la possibilità di esercitare il loro controllo;

  In sostanza per le questioni sindacali esiste un grande problema politico di recupero dell’esercizio delle libertà costituzionali e questa è la prima grossa questione che si pone per difendere le lotte e l’autonomia dei lavoratori. Ma insieme a questo esiste anche un problema di gestione del percorso che porti i lavoratori a condividere e appoggiare questa battaglia. Su questo bisogna riflettere seriamente perchè ci sono in proposito molti nodi da sciogliere, alcuni di natura oggettiva, mentre altri attengono alle responsabilità di quei ‘falsi profeti’ post-sessantotteschi del sindacalismo di base.

  Partiamo dai nodi oggettivi. Per il padronato, i governi liberisti e i sindacati consociativi perdere il monopolio della contrattazione e della rappresentanza significa cambiare la natura delle relazioni così come si sono configurate in questi decenni a partire dagli anni’70 del secolo scorso. Una svolta in quel senso rappresenterebbe una rivoluzione non tollerabile, anche se si tratta semplicemente di attuare la Costituzione. Per questo lo scontro sarà durissimo e bisogna ragionare su come affrontarlo. Affrontarlo senza aver coscienza di ciò vorrebbe dire andare incontro alla sconfitta o alla marginalizzazione, diventando un rumore di fondo rispetto al potere effettivo dei confederali.

  Uno dei punti della deriva del sindacalismo di base, oltre quello di aver ereditato la logica del minoritarismo, cioè di ragionare in termini di sigla e non di lavoratori, sta nel credere che le lotte possano essere affrontate in modo avanguardistico o, peggio ancora, simbolico. Una delle condizioni invece perchè una lotta abbia successo è che sia condivisa dalla stragrande maggioranza dei lavoratori e se questa condizione manca vuol dire o che la scelta non è matura o che si è lavorato male nella preparazione delle lotte. Questo ci dovrebbe spingere insomma a rompere la triste tradizione di parlarci addosso e credere che basti attaccare le confederazioni consociative per mettere in moto le situazioni. Liberarsi di una cultura minoritaria diventa essenziale per cambiare i rapporti di forza. Ma la condizione per cambiare le cose e ridare autonomia ai lavoratori passa anche attraverso una visione che sia dialettica, dal punto di vista delle ipotesi organizzative, e unitaria nel metodo politico.

  Alla luce di queste due esigenze si tratta di rivedere meglio il processo organizzativo e la strada da percorrere, fatti appunto di dialettica e di unità. Partendo innanzitutto da un concetto che non viene mai evidenziato e che consiste nel fatto che la partita che si gioca per arrivare al risultato è a tre e non a due, cioè gli attori non sono solo i consociativi e il sindacalismo di base, ma anche e soprattutto la posizione dei lavoratori coi quali bisogna fare i conti, senza il cui coinvolgimento non c’è possibilità di vittoria. Questo per dire che se il sindacalismo di base è stato il primo punto di rottura del monopolio confederale, la questione collegata è di vedere con quale prospettiva organizzativa ci si deve muovere e come cambiare i rapporti di forza.

  Da questo punto di vista solo le Rappresentanze sindacali di base hanno avuto il merito di impostare fin dall’inizio le cose in modo abbastanza corretto. Nel loro statuto infatti era prevista la possibilità della doppia associazione e questo per affermare il concetto che non esistono tra lavoratori gli steccati delle tessere e che i nuovi organismi che si andavano creando erano un punto di riferimento unitario e non divisivo. E non a caso tutta l’impalcatura organizzativa delle RdB era basata sui delegati dei lavoratori ed a questi spettavano le decisioni. Senza ricreare quei tappi decisionali tipici del confederalismo. E’ sicuramente un percorso più difficile, ma la credibilità di un sindacato di base dipende da questo. Completava questo tipo di impostazione anche un progetto di legge di integrazione dello statuto dei lavoratori (legge 300/70), fatto presentare dall’allora senatore Nino Pasti, i cui capisaldi erano il diritto di costituire organizzazioni sindacali in ogni posto di lavoro e l’obbligo per le organizzazioni sindacali firmatarie di contratti di sottoporli all’approvazione dei lavoratori.

  Questo percorso che poteva costituire un punto dialettico, ma unitario è stato interrotto dalla pretesa dell’attuale sindacalismo di base (ma quale base se manca il dato oggettivo dell’unità dei lavoratori?) di costituirsi in sindacato sui vecchi modelli e con l’illusione di raggiungere una maggiore rappresentatività per sedersi al tavolo delle trattative.

  Per essere più espliciti bisogna abbandonare l’illusione che in questa fase il sindacalismo possa risolvere in linea retta e da solo la questione che ha di fronte e cioè il recupero sostanziale, anche organizzativo, dell’autonomia contrattuale. Può invece, se interpreta correttamente il suo ruolo, mantenere aperta la battaglia della rappresentatività contro il monopolio dei confederali consociativi e agire come punto di riferimento unitario nelle lotte, quelle condivise dalla maggioranza dei lavoratori.

  Soprattutto, onde evitare una deriva anarco-sindacalista, bisogna mettere assieme l’interpretazione politica corretta delle condizioni concrete del terreno della lotta, il livello rivendicativo, cioè la chiarezza degli obiettivi e la capacità di perseguirli, e quello partecipativo, cioè che sia condiviso dalla stragrande maggioranza dei lavoratori interessati. Queste sono sempre state le condizioni per la vittoria e il rafforzamento del potere contrattuale dei lavoratori. La logica anarco-sindacalista invece prescinde da questa impostazione e di fatto porta le lotte a una funzione di mera protesta che non dà risultati concreti nè cambia i rapporti di forza.

Aginform
24 dicembre 2021

 

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