“Uno sciopero riuscito è sempre una vittoria per i lavoratori e per il sindacalismo di classe”

Dopo aver sbloccato i licenziamenti in piena estate – con l’avallo di Cgil Cisl e Uil – il governo Draghi, con la legge di stabilità, sta sferrando un ulteriore attacco contro i lavoratori: ripristino della legge Fornero per le pensioni; ridimensionamento del reddito di cittadinanza; abbassamento dell’Irpef per dirigenti e quadri, insignificante o nullo per la massa dei lavoratori.

La situazione salariale, come recentemente certificato dall’Ocse, vede il salario medio in Italia inferiore ai livelli del 1990, condizione che la crescita dell’inflazione delle ultime settimane ha ulteriormente aggravato.
Quello del salario è un problema dei lavoratori d’ogni paese: in Spagna ha portato a novembre al grandioso sciopero a oltranza di 10 giorni dei 20 mila metalmeccanici di Cadice, scontratisi quotidianamente con le forze di polizia inviate dal governo della sinistra borghese, moderata e radicale, autoincensatosi “il più progressista della storia” spagnola!

Altri elementi che contribuiscono a definire condizioni di sfruttamento crescente per la classe lavoratrice, sono la precarietà contrattuale – in Italia l’80% delle assunzioni nell’ultimo anno sono temporanee, ha dichiarato Landini – e l’aumento delle morti, degli infortuni e delle malattie sul lavoro.

Questo quadro, per ragioni contingenti e di lungo corso, giustifica senza ombra di dubbio il ricorso allo sciopero generale che un autentico sindacato di classe convocherebbe non per un solo giorno bensì per più giornate consecutive, e per i soli obiettivi che difendono davvero la classe lavoratrice:
– forti aumenti salariali, maggiori per le categorie e le qualifiche peggio pagate;
– riduzione dell’orario di lavoro, generalizzata e a parità di salario, invocando e lavorando per una mobilitazione comune coi lavoratori degli altri paesi per questo obiettivo;
– riduzione dell’età pensionabile e assegno pensionistico pari al salario pieno;
– salario pieno ai lavoratori licenziati e in cassa integrazione a carico del padronato e dello Stato

La Cgil – con la Uil – arriva invece a questo sciopero in modo quanto mai indeciso, tardivo, impreparato, al punto da non essere stata nemmeno in grado di evitare l’intervento della Commissione di Garanzia, che lo ha vietato in alcuni dei servizi cosiddetti essenziali, applicando per altro la legge antisciopero del 1990 allora voluta dalla Cgil stessa – insieme a Cisl e Uil – contro gli scioperi del sindacalismo di base fra i ferrovieri, nella scuola e in altri settori in cui andava in quegli anni rafforzandosi.

Anche le rivendicazioni con cui la Cgil chiama allo sciopero sono vaghe e indefinite, al punto che definirle moderate è un eufemismo. Di fatto non si pone nemmeno contro il governo, il cui capo – un insigne rappresentante della classe capitalista, fra i principali responsabili delle misure che negli anni passati hanno ridotto alla miseria il proletariato greco, e non solo quello – è persino giudicato benevolmente dalla dirigenza Cgil!

D’altronde, dato il percorso sindacale degli ultimi decenni, non potrebbe essere diversamente. Se il salario medio dei lavoratori italiani è più basso di quello del 1990, la responsabilità è innanzitutto di Cgil Cisl e Uil, che hanno siglato sempre e solo rinnovi contrattuali a perdere. Emblematico in tal senso il contratto dei metalmeccanici del 2016, considerato uno dei peggiori dagli anni ‘50, firmato dall’attuale segretario generale confederale.

Per non parlare delle pensioni: contro la riforma Fornero – nel dicembre 2012 – la Cgil proclamò 3 misere ore di sciopero. In virtù dell’abolizione del sistema retributivo e con l’introduzione di quello contributivo gli assegni pensionistici saranno sempre più miseri. I lavoratori da anni sono spinti a rimediare a questa disgrazia con la pensione integrativa. Le federazioni sindacali di categoria di Cgil Cisl e Uil sono le prime a promuovere le pensioni integrative fra i lavoratori, inserendole nei rinnovi contrattuali – presentandole come aumenti contrattuali! – e a gestire i fondi pensionistici insieme ai padroni. È diventato contro il loro stesso interesse opporsi al depauperamento delle pensioni dei lavoratori.

Contro la riforma del lavoro del governo Renzi nel 2014, il cosiddetto Jobs Act, che finì di demolire l’articolo 18 e permise l’ulteriore dilagare del lavoro precario, la Cgil proclamò l’ultimo – sino ad oggi – sciopero generale… a legge già approvata!
In questo quadro, per la classe lavoratrice diviene sempre più urgente e necessario tornare a dotarsi di una fedele e agguerrita organizzazione di lotta sindacale, di un autentico sindacato di classe.

La difficile strada verso questo grande quanto vitale obiettivo può essere intrapresa solo dai lavoratori combattivi e dai militanti del sindacalismo conflittuale, siano essi entro la Cgil o nei sindacati di base, e può essere percorsa solo seguendo in modo intransigente il principio pratico dell’unità d’azione dei lavoratori nella lotta sindacale.

Ma se i lavoratori da un lato debbono liberarsi dal disfattismo del sindacalismo collaborazionista con la classe padronale, coi suoi governi, col suo regime, dal lato del sindacalismo conflittuale hanno da fronteggiare le attuali dirigenze dei sindacati di base che, per il loro opportunismo politico, dividono le azioni di lotta in base ai confini di organizzazione sindacale, non partecipando agli scioperi promossi da Cgil Cisl e Uil.

Il sindacalismo di base è riuscito finalmente a promuovere, lo scorso 11 ottobre, uno sciopero generale unitario di tutte le sue organizzazioni, che ha avuto un esito moderatamente positivo, a cui hanno aderito lavoratori e Rsu di alcune grandi fabbriche metalmeccaniche, nonostante il loro inquadramento nella Fiom Cgil, come ad esempio la Piaggio di Pontedera, la Perini di Lucca, l’Electrolux di Susegana. Gli operai della Gkn, in lotta contro i licenziamenti e la chiusura della fabbrica, hanno partecipato al corteo del sindacalismo di base a Firenze. Si è trattato di un piccolo passo in avanti verso l’unità d’azione del sindacalismo conflittuale, entro e fuori il perimetro del sindacalismo di base.

Ma dopo questo piccolo passo in avanti le dirigenze dei sindacati di base non hanno avuto il coraggio di promuovere un secondo sciopero generale unitario contro i contenuti anti-operai della legge di stabilità e ora, che a proclamarlo sono state la Cgil e la Uil, invece di partecipare unitariamente allo sciopero, proclamandolo con una distinta piattaforma rivendicativa classista, per rafforzarlo e radicalizzarlo, si sono divise agendo ciascuna per sé, chi dando una timida adesione di facciata, chi disertandolo e denigrandolo se non augurandosene addirittura il fallimento.

Non mancano gruppi minoritari che si ribellano e rigettano questa condotta delle dirigenze dei sindacati di base e che hanno aderito o dato indicazione di partecipare allo sciopero: l’Usb Stellantis e Tiberina di Melfi, i Cobas e la Flmu di Mirafiori, l’Adl di Varese, lo Slai Cobas per il Sindacato di Classe, i Cobas Coopculture di Roma, il Coordinamento Lavoratori Autoconvocati per l’unità della classe (CLA). Fanno cioè quello che il Collettivo di fabbrica della Gkn – vertenza che ha assunto da mesi un centrale rilievo nazionale – fece l’11 ottobre: partecipano a uno sciopero indetto da altri sindacati per rafforzarlo, perché uno sciopero riuscito è sempre una vittoria per i lavoratori e per il sindacalismo di classe.

I lavoratori combattivi e i militanti del sindacalismo di classe debbono unirsi e combattere contro questi due tipi di dirigenze sindacali – quelle apertamente collaborazioniste e quelle a parole conflittuali ma opportuniste nei fatti – apparentemente contrapposte ma le cui condotte convergono in un’azione disfattista della lotta del movimento operaio.

Questa lotta su due fronti – contro il sindacalismo di regime e contro l’opportunismo delle dirigenze del sindacalismo conflittuale – per essere vittoriosa deve seguire due dorsali fondamentali: l’unità d’azione del sindacalismo conflittuale – dei sindacati di base coi gruppi di lavoratori combattivi e le aree conflittuali entro la Cgil e gli altri sindacati tricolore – e l’unità d’azione dei lavoratori nella lotta sindacale, a prescindere da quale sindacato chiami allo sciopero.

Solo ritrovando la sua unità nell’azione sindacale, solo formando un unico fronte sindacale di classe, il proletariato potrà opporsi efficacemente alla pressione crescente del padronato che ha dalla sua parte il governo, tutti i partiti dell’arco parlamentare e soprattutto l’apparato repressivo dello Stato.

Per la ripresa della lotta di classe!

Per la rinascita del sindacato di classe!

 

Partito Comunista Internazionale – 16 dicembre 2021

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Fb: International Communist Party

 

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