Per un veganismo popolare

Novembre è il mese del veganismo, ma questo non è un testo sulle ricette a base di sole verdure. C’è una confusione, anche alimentata da una parte della comunità vegana, che fa credere che il veganismo sia una modalità di consumo o un regime alimentare. Lasciatemi dire che il veganismo non ha nulla a che vedere con la moqueca de quiabo (zuppa con okra) o il pirão de maxixe ( crema con carne e cetriolino), malgrado io vi consigli vivamente tutti e due.

Tanto meno con hamburger di verdure delle grandi aziende ruraliste o ultraprocessati a base di soia ultra trasformata (questi li sconsiglio del tutto). Se sono stata invitata a scrivere in questo spazio è perché il veganismo popolare, una fonte che ho contribuito a costruire in Brasile insieme ai compagni e alle compagne dell’UVA (União Vegana de Ativismo), è in rapporto totale con una lotta per la riforma agraria, per la sovranità alimentare e contro il capitalismo, oltre a essere, a mio parere, uno dei più potenti strumenti di decolonizzazione.

Il ruolo dello sfruttamento animale nel progetto coloniale

Pensate che mucche, maiali e galline esistano da sempre nel territorio che chiamiamo Brasile? In realtà questi animali sono stati portati qui dai colonizzatori europei all’inizio del XVI secolo. Oltre a servire da cibo per i colonizzatori, erano indispensabili per il funzionamento di alcuni macchinari: erano bestie da carico e la forza motrice che faceva girare i mulini, oltre a fornire carne e cuoio ai coloni.

Nel libro “Nordeste”, Gilberto Freyre descrive il ruolo fondamentale dello sfruttamento animale nell’attività coloniale. “Il fedele alleato dello schiavo africano nel lavoro agricolo, nella routine della coltivazione della canna da zucchero, nella stessa industria dello zucchero, è stato il bue; e questi due – il negro e il bue – formarono il fondamento vivente della civiltà dello zucchero”.

Quello che lui chiamava un “fedele alleato” io lo chiamerei un “compagno di dolore e di sfruttamento”. Ma il ruolo dello sfruttamento animale nella colonia Brasile non si limita alle piantagioni di canna.

Il “bestiame” ha funzionato principalmente come mezzo di occupazione ed espansione del territorio. Dalla costa, dove si trovavano le piantagioni di canna da zucchero e gli zuccherifici, le mucche furono portate nelle terre interne. Nel processo di colonizzazione, l’animale non umano aveva caratteristiche estremamente vantaggiose. Stiamo parlando di una “merce” che si trasporta da sola, può percorrere grandi distanze, trasportare altre merci, oltre ad avere un valore intrinseco.

“Come avrebbero potuto occupare aree così vaste, lontane dalla costa, incolte e lontane, in condizioni ambientali così avverse, senza la presenza del bue? Il sertão è stato aperto con il suono di mandrie di bestiame e urla, tronchi che cadono, terra schiacciata, cespugli bruciati, sonagli che suonano, corna che raschiano, animali che muggiscono e uomini che cantano. (Morais, 2009:27).

E ci ricordiamo le Sesmarias, gli enormi appezzamenti di terra distribuiti dalla corona portoghese? Se non erano occupati, venivano trasferiti a un altro colono. Fu allora che iniziò questa storia di lasciar liberi un pugno di buoi nei latifondi improduttivi, ancora oggi ampiamente utilizzata dai grandi proprietari terrieri per impedire che la loro terra, che non assolve alla sua funzione sociale, venga distribuita ai contadini/e che ne hanno bisogno per sopravvivere.

Se il periodo coloniale è terminato, alcune abitudini coloniali sono ancora vive e colonizzazione e allevamento del bestiame sono intimamente legate. Ricordo una conversazione con un contadino insediato con la riforma agraria, qualche anno fa, che mi disse: “Il nostro più grande nemico è la zampa del bue”.

E man mano che i territori venivano invasi e ampliati dalla zampa del bue, l’allevamento del bestiame strutturava la società portoghese-brasiliana: grandi proprietà, monocultura e lavoro schiavo. I popoli indigeni, privati della terra, della foresta e del loro modo di vita ancestrale, furono costretti a lavorare nell’allevamento del bestiame. 500 anni dopo, le persone delle comunità indigene in aree con forte deforestazione sono costrette a lavorare nei mattatoi, facendo a pezzi il bue che oggi occupa il loro territorio ancestrale.

Siamo nel 2021 e la colonizzazione dei territori indigeni e la deforestazione, passi necessari per l’espansione dell’allevamento del bestiame, proseguono con fermezza e forza. Il ciclo di distruzione rimane lo stesso: invasione di territori indigeni, deforestazione, genocidio dei popoli della foresta…

L’unica novità qui è l’aggiunta della soia. I difensori della foresta lo ripetono sempre: prima tagliano gli alberi, dopo il legno viene il bestiame, dopo il bestiame viene la soia.

Ricordiamoci che la soia viene utilizzata, per la maggior parte, per nutrire gli animali che verranno mangiati dall’uomo (quasi l’80% della soia prodotta nel mondo va ad alimentare gli “animali da carne”, secondo il WWF). L’Amazzonia si sta trasformando in pascolo, il Brasile sta diventando una grande monocoltura di soia e il bestiame continua ad essere utilizzato come strumento per l’espansione coloniale.

Ora che sapete che mucche, maiali e polli sono stati portati dai coloni nel territorio che poi sarebbe stato chiamato Brasile, spero che questo vi faccia ripensare a ciò che chiamiamo “cibo brasiliano”. Le ricette con panna e formaggio, i dolci a base di latte condensato e anche il sacro churrasco (grigliata di carne) sono rappresentativi della nostra cultura alimentare?

Il veganismo popolare è un movimento sociale, ma include anche una riflessione su ciò che consideriamo o non consideriamo cibo e perché mangiamo ciò che mangiamo. E questo apre una preziosa opportunità per decolonizzare il piatto e resistere alla colonizzazione dei nostri stomaci e delle nostre menti.

Smettere di collaborare con tutto lo sfruttamento animale, non solo riducendone la sua scala, e boicottare i prodotti provenienti da questo sistema non porrà fine al colonialismo. Ma proprio come l’allevamento del bestiame è uno strumento di colonizzazione, il veganismo popolare, che è alleato con la lotta dei popoli indigeni e dei quilombola e della riforma agraria popolare, è un potente strumento per la decolonizzazione.

Il veganismo popolare

Il veganismo è un progetto etico-politico. Comprendiamo che il dominio della nostra specie su tutte le altre non può essere moralmente giustificato, in quanto è una discriminazione basata su criteri arbitrari, la cui radice è lo stesso sistema di dominio che genera tutte le altre oppressioni.

Pertanto, “vegano” è una persona che pratica la solidarietà politica con gli animali non umani attraverso la non cooperazione con il sistema di dominio e sfruttamento che trae lucro dal loro dolore e dalla loro morte. Non si tratta solo di un boicottaggio del consumo, ma di coerenza politica con la causa che difendiamo: l’emancipazione animale.

E poiché comprendiamo che lo sfruttamento animale è uno dei pilastri che sostengono il capitalismo, il veganismo popolare è impegnato nella lotta anticapitalista. Tuttavia, siamo consapevoli che il rovesciamento del capitalismo non porrà automaticamente fine allo sfruttamento animale, quindi insistiamo sulla necessità di rompere la logica del dominio umano sugli altri animali.

Nel 2018 ho pubblicato una serie di testi sul mio blog spiegando perché il movimento vegano dovrebbe sostenere il MST e la mia posizione rimane la stessa. Sebbene il MST non abbia mai difeso la liberazione animale, questi due movimenti convergono su diversi punti.

Da un lato, stiamo combattendo le stesse forze distruttive: la monocultura, l’agrobusiness, i ruralisti, il capitalismo. D’altra parte, i cambiamenti materiali prodotti da una riforma agraria popolare, basata sulla sovranità alimentare, sono le condizioni necessarie affinché lo sfruttamento e l’uccisione degli animali diventino qualcosa di obsoleto. Ecco perché il veganismo popolare vede la lotta per la riforma agraria popolare come una parte essenziale del nostro impegno politico.

E viceversa, sostenendo il veganismo popolare, il MST rafforzerà i sistemi e le pratiche che vogliamo vedere riprodotti (l’agricoltura familiare, l’agroecologia, un’alimentazione sana) e indebolirà le forze contro cui stiamo combattendo (capitalismo, la “bancada ruralista”, cioè il forte gruppo di grandi proprietari di terre presenti in Parlamento, l’agro, il colonialismo) e che stanno distruggendo le condizioni di vita delle generazioni future.

Ogni volta che cerco di dimostrare che il MST e il veganismo popolare sono alleati, ricordo una canzone di Zé Pinto, che ho imparato a cantare con un senza terra. È stato scritta per il MST, ma potrebbe benissimo essere l’inno del veganismo popolare. “E così nessuno piange più nessuno prende il pane di nessuno Il terreno che calpestava il bue, è fagioli e riso Coltivar foraggi non conviene più”

*Sandra Guimarães è del nordest, cuoca e scrittrice. Autrice del blog papacapim.org dedicato alla condivisione di ricette vegetali, articoli sul veganismo popolare e sull’antispecismo, oltre a concentrarsi su altre lotte come quella lesbica, femminista e anarchica. papacapimveg@gmail.com

Sandra Guimarães – 25 Novembre 2021

Traduzione di Antonio Lupo- Comitato Amigos MST Italia

https://mst.org.br/2021/11/10/mst-e-veganismo-popular/

Per un veganismo popolare – Comune-info

 

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