I Talebani e l’inviata “resistente”: la questione delle donne in Afghanistan

Il filmato della Goracci che investe un Talebano (“Perché non mi guardi negli occhi!?”) ha ormai fatto il giro del web consentendo a chiunque, dalla propria postazione al pc, di produrre inappellabili giudizi sulla ferocia e l’inciviltà dei Talebani. La risposta irrisa dai media del malcapitato Talebano (“Non mi è permesso guardare le donne”) è carica di significato e fa riferimento ad una antica consuetudine culturale di rispetto nei confronti della donna che, mai pubblicamente, è consentito degradare ad oggetto sessuale.

L’episodio ridicolmente penoso – o espressione di arroganza culturale occidentale? – si inserisce in una ripetuta sequenza di immagini che mostrano un pugno di donne afghane mentre osano protestare per i loro diritti non riconosciuti. Tuttavia, se ad ogni TG vengono ri-trasmessi lo stesso video e la stessa intervista ad una vittima di pestaggi talebani, facilmente si può immaginare che tutte le altre donne afghane (quelle che non partecipano alle proteste) siano esposte al pericolo di punizioni per colpa di una disperata ben pagata da tv straniere. Come noto i Talebani sono vendicativi!

Ma ragioniamo: la signora Goracci, pur indossando abitualmente la ‘copertura’ hijab nei paesi in cui è inviata, sembra ignorare che, nella stragrande maggioranza dei Paesi islamici, in luogo pubblico una donna deve tenere il capo coperto, tenere gli occhi bassi di fronte ad un interlocutore maschio, evitare di guardarlo negli occhi e, men che meno, stringergli la mano anche solo per ringraziarlo di un’informazione per strada o dell’accoglienza ospitale in un bazar. Dall’Iran alla Siria, dalla Turchia al Pakistan, dall’ Uzbekistan all’Egitto, per quanto ne so, sono regole della buona educazione che ogni ospite donna segue, se non altro per riuscire a fare qualche cosa d’altro che non sia esibire il proprio narcisismo davanti a una telecamera. In qualche caso si chiude un occhio per le turiste straniere.

Noi occidentali possiamo pensare quello che vogliamo a questo proposito e anche lanciare commenti sferzanti e umoristici, rimane il fatto che, in molte occasioni, mi sono sentita “protetta” da queste abitudini tribali e incivili… sempre meglio che, a Roma, essere spogliata dallo sguardo insolente e dai commenti sdolcinati di ammiratori e occasionali dongiovanni.

Ma, allargando il campo di osservazione, vediamo che politiche e misure repressive nei confronti delle donne non sono da imputare ai soli Talebani, così come ci vuol far credere la propaganda occidentale, ma in gran parte proprio all’etnia di minoranza dei Tagiki, identificati ormai con i “resistenti” della Valle del Panijshir, appartenenti ai resti della Alleanza del Nord formata da Mujaheddin tagiki e nemica prima dei Sovietici e poi dei Talebani.

Fu Burhanuddin Rabbani di etnia tagika nel 1974 a fondare in Pakistan il Partito fondamentalista Jamiat-i Islami che raccoglieva per lo più guerriglieri Mujaheddin tagiki. Quando i sovietici intervennero nel 1979, Rabbani guidò Jamiat-i Islami contro i Sovietici e il Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan. Costituendo l’anima dell’ Alleanza del Nord, le forze di Rabbani furono le prime ad entrare a Kabul nel 1992 allorché il governo del PDPA cadde. Presidente della Repubblica Islamica di Afghanistan per il periodo 1992-96, fu costretto a fuggire in seguito alla conquista di Kabul da parte dei Talebani nel 1996.

“L’Ufficio delle Virtù”, istituito sotto la presidenza Rabbani, vigilava sui comportamenti popolari. Le severe norme rivolte alle donne, che nel periodo di governo talebano diventeranno rigida prassi, erano TUTTE già presenti nella pratica quotidiana, nelle città e nei villaggi, ovunque i comandanti fondamentalisti o i signori della guerra dell’Alleanza del Nord fossero presenti. E d’altronde bisognava assolutamente riprendere in mano le regole tradizionali dopo la ventata decennale di laicismo e diritti alle donne introdotti dai Sovietici!.

I Talebani di etnia pashtun, preso il potere nel 1996, imposero uno Stato islamico che, con l’intento di sradicare la criminalità, prevedeva pubbliche esecuzioni capitali e amputazioni, oltre alla messa al bando del consumo di droga, alcool e prostituzione. Il “Ministero per la preservazione della virtù e la soppressione del vizio” aveva il compito di regolare la vita quotidiana, vietando tv, cinema, musica e programmi radio al di fuori di quelli trasmessi da Radio Sharia. Le donne non potevano studiare, lavorare fuori casa, portare scarpe con i tacchi; erano obbligate ad indossare il burqa, ed era vietato loro sottoporsi a visite mediche e cure sanitarie. Una inflessibile polizia religiosa era addetta a mettere in pratica misure drastiche verso ladri, omosessuali e giovani ‘disobbedienti’. Nel complesso niente di nuovo rispetto al governo Rabbani e all’Alleanza del Nord, tranne che per l’enfasi con cui i misfatti e la ferocia dei Talebani sono stati dipinti presso il pubblico occidentale.

Ed ecco che, con l’intervento di Ottobre 2001, finalmente in Afghanistan arriva la Civiltà.

La Costituzione del 2004 – in teoria ma non in pratica – garantisce alle donne afgane una serie di diritti, vietando “ogni forma di discriminazione e di privilegio tra i cittadini dell’Afghanistan”. L’articolo 22  assicura l’uguaglianza di tutti i cittadini, “sia uomini che donne” e l’articolo 44 prevede che lo Stato attui programmi per l’istruzione delle donne. Ancora meno applicate e più inevase sono le disposizioni che riservano alle donne una quota consistente di seggi in entrambi i rami del Parlamento: l’articolo 83 si riferisce al Wolesi Jirga, la camera bassa, prevedendo che “siano eletti in media almeno due candidati donna in ogni Provincia”; l’articolo 84 stabilisce che nel Meshrano Jirga il 50 % dei membri nominati dal Presidente devono essere donne. Si tratterebbe di una rappresentanza femminile elevatissima, pari al 25 % dei seggi nella camera bassa e al 16 % nell’Assemblea degli Anziani. Quote mai raggiunte neppure lontanamente.

É infatti eclatante il divario tra i diritti garantiti alle donne costituzionalmente e la loro reale condizione all’interno paese: questa disparità tra “costituzione formale” e “costituzione reale” risulta ancor più evidente quando consideriamo l’accesso ancora molto limitato delle donne afgane all’istruzione, specie all’educazione superiore. Le donne povere che vivono nelle aree rurali incontrano ostacoli di ordine materiale e sociale; la presenza femminile nell’ istruzione superiore è nettamente più bassa, anche rispetto ad altri paesi islamici, ed altrettanto bassa è la percentuale delle donne che insegnano.

Merita inoltre ricordare un episodio che dimostra l’inefficienza del modello democratico esportato in Afghanistan: proprio i Tagiki furono i promotori di una legge sul diritto di famiglia delle comunità sciite, firmata nel marzo del 2009 dal presidente Karzai a caccia di consensi elettorali. Tale legge, poi ritirata per la mobilitazione in difesa dei diritti umani, avrebbe consentito ai mariti di stuprare le mogli (uno stupro legalizzato) e proibito alle donne sposate di uscire di casa senza il permesso del coniuge. In seguito il parlamento ha approvato una versione ‘mitigata’ di questa stessa legge, in base alla quale le donne perdono il diritto al mantenimento se rifiutano di avere rapporti sessuali con i mariti. È rimasta invece tuttora inalterata la norma per cui le donne sposate non hanno la possibilità di lasciare il tetto coniugale senza permesso del coniuge.

Un ulteriore problema che affligge la condizione femminile è relativo ai matrimoni forzati, che pare costituiscano il 60% del numero di matrimoni secondo le stime del Ministero afghano degli Affari Femminili. Gran parte di questi matrimoni coinvolgono bambine di età inferiore a quella legale di 16 anni. Si è occupata di questo problema la Commissione Indipendente per i Diritti Umani istituita in base all’articolo 58 della nuova Costituzione: secondo le indagini risulta che in Afghanistan molte bambine di 6 o 7 anni sposano uomini di 30 o 40 anni. Le ragioni della scelta dei genitori vanno dal bisogno di liberarsi dell’ onere economico del mantenimento di una figlia femmina, fino all’intenzione di offrire alla ragazza sicurezza e protezione. Statisticamente, le spose bambine sono soggette ad un più alto rischio di violenza domestica.

Molti matrimoni forzati hanno luogo secondo pratiche consuetudinarie quali bad e badal: la prima consiste nel dare in sposa una donna della propria famiglia come compenso per un crimine subito, e la seconda, nello scambio di donne per non pagare il maher o prezzo della sposa: si tratta di pratiche contrarie alla legge islamica, cui si fa ricorso – in particolare nelle aree rurali – allo scopo di sedare conflitti. Da notare che i Talebani si sono spesi con intransigenza per sradicare questa tradizione tribale contraria alle leggi islamiche.

All’interno del matrimonio le donne afgane subiscono spesso violenza e abusi di carattere psicologico, sessuale o finanziario, cioè diretto a minare l’indipendenza economica della donna. La condizione femminile si aggrava quando sono in atto o appena terminati conflitti armati: infatti, l’estrema dipendenza delle donne rimaste vedove, le rende una delle categorie più vulnerabili della società.

In Afghanistan il divario tra diritti costituzionalmente garantiti e condizioni effettive è profondo ed è un problema che investe non solo da oggi la situazione femminile, ma tanti altri aspetti della società afgana. I rappresentanti delle minoranze speravano nei vantaggi del sistema parlamentare, come modello di un governo di coalizione rappresentativo di molte parti del Paese e garante di una maggiore stabilità con più efficaci strumenti per contrastare gli abusi di potere. Purtroppo è stato tutto inutile: nell’esecutivo democraticamente eletto con gare elettorali (su cui stendiamo un pietoso velo), stavano comodamente seduti i peggiori e più prepotenti signori della guerra, alleati con le forze di occupazione Nato e per nulla intenzionati a migliorare le condizioni dell’Afghanistan.

Faccio quindi un sentito invito ai difensori dei diritti delle donne e in particolare alla signora Goracci: che almeno si informino prima di lanciare boomerang che potrebbero, come effetto collaterale, disastrosamente ricadere sulle donne afghane. E i difensori delle donne sappiano che appelli e denunce certamente non scalfiscono registe, cantanti e attrici che vediamo intervistate in Tv e osannate quali eroine della causa femminile. Già queste signore sono scappate da esuli previlegiate.

Le donne qualunque in Afghanistan sono da sempre abituate a tacere e soprattutto a dedicarsi alla cura della famiglia, all’onore tribale e alla devozione religiosa. Spesso desiderano essere istruite in scuole statali, senza rinunciare alle tradizioni tribali, ma non fanno né gradiscono battaglie per procura e preferiscono non intrigarsi di fazioni in lotta per la supremazia politica.

E assicuro che una vera donna afghana onorata non rilascerà MAI un’intervista, cara Goracci.

 

Maria Morigi (Marx21)

 

 

I Talebani e l’inviata “resistente”: la questione delle donne in Afghanistan – OP-ED – L’Antidiplomatico (lantidiplomatico.it)

 

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